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Una Torino per molti versi da taluni considerata "magica", si prospetta come scatola cinese ricca di sorprese. Sollevato il coperchio, ci si trova davanti la splendente "Torino bianca". E' la cittadella dei grandi Santi Sociali -come vengono spesso definiti - che operarono nella seconda metà dell'Ottocento. Praticamente contemporanei, presenti insieme, o quasi, in un limitato territorio: don Bosco, il Cottolengo, il Cafasso, don Orione, per non citare che i maggiori, dediti tutti ad un apostolato e ad una assistenza rivolta soprattutto verso i giovani. La "Torino bianca", arroccata intorno al Duomo di San Giovanni, si manifesta con i suoi santuari, quello più popolare della Vergine Consolata, quello di Maria Ausiliatrice, punto focale della Famiglia Salesiana fondata da don Bosco.
Nelle guide in più lingue, che illustrano Torino all'estero, è evidenziata la conservazione in città, sotto la cupola del Guarini, presso il duomo, della Santa Sindone, il lenzuolo che, secondo la tradizione, avrebbe avvolto Gesù nel sepolcro dopo che fu tolto dalla croce. La cupola del Guarini è tornata al suo splendore architettonico dopo essere stata fortemente danneggiata dall'incendio che divampò nella notte fra l'11 e il 12 aprile del 1997.



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Aperta la città come suggestiva scatola cinese, ammirata la Torino Bianca, legata al culto dei grandi Santi Sociali, delle istutuzioni religiose, la metropoli che conserva la San Sindone, ci si trova davanti alla Torino rossa. E’ la città del primo socialismo, dei movimenti operai ai loro albori, la città di Gobetti e di Gramsci, la città in cui Palmiro Togliatti, futuro leader comunista, raggiungeva in via Villafranca (la via Di Nanni di oggi) la stireria di Rita Montagnana e là portava le camicie. E’ la Torino di Borgo San Paolo, definita spesso “la piccola Stalingrado torinese” raggruppata intorno a piazza Sabotino, percorsa oggi da un traffico frenetico, soprattutto lungo il rettilineo di corso Peschiera. Sul fondo di via San Bernardino, ecco la chiesa omonima a cui venne appiccato il fuoco nell’autunno del 1917 nel corso di gravi incidenti. Mancava il pane e dal fronte di guerra giungevano pessime notizie. La chiesa venne in breve tempo restaurata grazie alla immediata collaborazione dei parrocchiani. Piazza Sabotino, già chiamata un tempo piazza Peschiera dalla presenza del corso che la attraversa, è stata punto di intorno per la folla, luogo di accesi comizi popolari durante le campagne elettorali. Vi tenne discorsi anche Benito Mussolini, quando ancora militava nelle file del socialismo.


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La Torino bianca dei santi sociali e della santa sindone, la Torino rossa del primo socialismo e del movimento operaio. Solleviamo questa seconda scatola ed ecco apparire la terza: la Torino azzurra. E’ la roccaforte sabauda ben presente nel cuore della metropoli, in piazza Castello, soprattutto, fra il bastione di palazzo Madama e la reggia di Palazzo Reale, splendente di tesori, ammirata dai visitatori, sempre più conosciuta grazie anche all’associazione “amici di palazzo reale”. In quest’angolo torinese i ricordi legati alla dinastia sabauda si infittiscono, con rimembranze di chi ricorda il periodo di Umberto, giovane principe di Piemonte. Le feste alla reggia mettevano in movimento le più pregiate sartorie torinesi, gli artigiani che confezionavano calzatura, i gioiellieri, i fiorai. Un mondo che risentì della scomparsa della monarchia per l’effetto commerciale che la famiglia reale produceva. Un mondo che si è cercato, invano, di fare rivivere sullo schermo e che era ricordato con commozione, nelle sue interviste, da Maria Josè di Savoia, ultima regina d’Italia. Come gli altri principali monumenti torinesi, i due dioscuri, Castore e Polluce, sul loro piedistallo, dove la maestosa cancellata si apre verso la reggia, vennero protetti durante la guerra con sacchetti di sabbia e racchiusi in incastellature di legno, in modo da difenderli dagli spostamenti d’aria prodotti dalle bombe.


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Torino “bianca”, dei Santi Sociali e della Sindone, la Torino “rossa” del primo socialismo, la Torino “azzurra” legata alla Dinastia Sabauda e che rammenta “quando c’era il Re”. Sul fondo della scatola cinese come Torino si prospetta, ancora un comparto, forse inatteso: la Torino “nera”, fitta di ombre, di misteri insoluti, di delitti finiti in archivio senza che l’assassino venisse raggiunto, identificato con certezza. E’ la Torino di tanti “gialli” in cui manca l’ultima pagina. Casi clamorosi e non solo avvenuti ai giorni nostri, ma esplosi, ad appassionare l’opinione pubblica, già sul finire del secolo scorso, a cominciare dal misterioso avvelenamento di Giacomo Spalla, artista e docente, eliminato nel 1834 con un liquido che lo uccise fattogli giungere in una boccetta, che incautamente tracannò. E ci fu poi la terribile moda dei morti ammazzati e fatti a pezzi. “Gialli” pazzeschi come quello che ebbe per vittima don Guglielmo Gnavi, alla fine di febbraio del 1918, e quello, macabro quiz, della “bela rinin”, il caso più sensazionale del 1925. Giù giù, sino ai tempi più vicini, con i delitti che occuparono pagine di cronaca, come il caso Diabolich, del 1958, e l’assassinio altrettanto insolubile, della “signora in rosso”, del 1991. Stupisce la lunga lista delle giovani donne eliminate a Torino e di cui non si è mai scoperto l’assassino. Un primato tutto “nero” in una Torino nera che, in fatto di casi insoluti e finiti in archivio, statisticamente batte di gran lunga metropoli come Parigi, Londra e Filadelfia.


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Con l’astrologia sempre di moda, non stupisce che ci si vada interrogando, astrologicamente, anche a proposito delle città. Un agglomerato urbano, dunque, ha una propria “carta del cielo” che ne connota – per chi crede nell’astrologia - sia il carattere, sia il destino. Come si prospetta, allora l’oroscopo di Torino? Logico che per una persona si vada a guardare la data di nascita. Ma per una città è possibile rifarsi con esattezza a un anno, un giorno, un’ora? Secondo gli “ esperti” sembrerebbe di sì. Ecco dunque, che Torino ha una propria data di nascita. E’ stata individuata nella domenica sette febbraio 1563 alle 11 del mattino. Perché mai un tale momento storico? Perché corrisponde, in modo più che scrupoloso, a un evento. Nel giorno di quel mese di quell0’anno, proprio a quell’ora, avvenne l’insediamento a Torino di Emanuele Filiberto che portò in città la capitale del suo Ducato, trasferendola da Chambéry. Nel 1578 il Duca sabaudo volle a Torino anche la Santa Sindone, considerata il Talismano dei Savoia. Torino, dunque, nasce con il sole nel segno dell’Acquario e l’Ascendente nel Toro il che spiegherebbe il carattere duplice di una città un po’ chiusa in sé e, nello stesso tempo, volta al futuro. Conservatrice e progressista, dunque; città che “lancia” idee forti e nuove, per poi magari lasciarle portare avanti da altri, per la smania invincibile di scoprirne continuamente di nuove.


 

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Torino sorprendente. Anche nella stampa estera non si era mai scritto così tanto su questa città, come la scoprissero soltanto ora per una sorta di sorprendente alchimia. Torino cambiata, più aperta, magari anche multietnica, metropoli che volentieri viene definita europea, per una dimensione nuova della città, per una marcia in più, forse già in vista dei Giochi Olimpici del 2006. Eppure, già in un lontano passato, i commenti favorevoli a Torino, da parte di visitatori illustri provenienti da lontane contrade, non mancarono. La spiegazione di ciò potrebbe trovarsi nel fatto che tutti, o quasi tutti, a Torino scoprirono qualche cosa, se non altro un'accoglienza cordiale, superato il primo impatto del riserbo caratteriale.
Nel 1805, Napoleone Bonaparte, in visita alla città, nella primavera, trovò come omaggio un cavallino sardo con una collana preziosa al collo. L'Imperatore ne fu compiaciuto e ricambiò il dono offrendo agli ufficiali, che gli avevano condotto il cavallo, preziose tabacchiere con impresse le insegne imperiali. Champollion, già stregato dalla Stele di Rosetta, nel 1824 incontrò i Faraoni, ossia le statue egizie, collocate allora nel cortile dell'Università, quasi il primo nucleo di quello che sarebbe stato poi il grandioso Museo Egizio. Nel 1857 Melville (quello della Balena Bianca), di passaggio a Torino, in un bar vicino a piazza Castello conobbe la cioccolata torinese e ne parlò poi con simpatico ricordo. Ammiratore appassionato di Torino, nel 1889 Nietzsche in via Carlo Alberto abbracciò un cavallo che il padrone stava malmenando. Lo abbracciò fortemente. Primo segno della pazzia che stava per cogliere lo scrittore.


 
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Chi transita per via Verdi, l’antica via della Zecca, si trova a passare davanti all’ingresso principale dell’Ateneo, ossia dell’Università di Torino. Anche se i più ritengono, a torto, che l’accesso d’onore sia quello dalla parte di via Po, sotto i portici. In via Verdi si entra nel cortile monumentale dell’Ateneo attraverso un portone ligneo, preziosamente lavorato, opera di Giacomo Spalla, ebanista, scultore, autore di opere di vaglia, docente di scultura e intaglio. Un personaggio, insomma, autorevole, conosciuto, anche per la sua imponenza. Ma Spalla doveva anche essere, come non pochi artisti, uno sprovveduto.
Il 30 gennaio 1834, nel primo pomeriggio, il professore uscì. Amava lunghe passeggiate per le vie del centro. Sarebbe rincasato verso le 18. Un abitudinario. Abitava pochi metri oltre l’Ateneo e, passando davanti al portone, pareva ogni volta accertarsi, con un’occhiata, che non glielo avessero in qualche modo danneggiato. Teneva molto a quell’opera.
Giacomo Spalla aveva pochi amici e nessun nemico. Almeno così pareva. Un ragazzino, descritto poi tra i nove e i dieci anni, di aspetto insignificante, bussò alla porta del professore intorno alle 17. Gli aprì la moglie: “Mio marito non c’è. Tornerà verso le 18”. Il ragazzino disse che non importava. Doveva solo consegnare un pacchetto, ben confezionato, carta robusta: “Lo manda il farmacista, lo speziale Cauda”, disse. Lasciò il pacco e se ne andò, veloce come il vento.
Il professore rincasò che la pendola batteva le 18. Sei rintocchi. “E che cos’è quello?” domandò sfilandosi il pastrano. “Non lo so” rispose la moglie. “Lo hanno mandato dalla farmacia. L’ha portato un ragazzo”.
”Strano. Non ho ordinato nulla…”, borbottò il professore. Aprì rapidamente il pacchetto e ne venne fuori una boccetta, come un piccolo fiasco, contenente un liquido verdazzurro, trasparente. Il professore tolse il piccolo tappo, annuso quella roba poi, incredibilmente, si portò la fiaschetta alla bocca e ne bevve un’abbondante sorsata. La moglie lo vide stravolto; si appoggiò alla mensola della sala e disse: “Mi hanno avvelenato… mi sento morire…”.
I primi soccorsi furono vani. Giacomo Spalla morì in pochi attimi. Indagini del tutto a vuoto. La boccetta conteneva un veleno micidiale. Ovviamente quelli della vicina farmacia caddero dalle nuvole. Non avevano inviato nessun pacchetto. Dalla questura mandarono due funzionari. Indagini difficili, caso astruso. Per più di un mese si andò alla ricerca dell’introvabile ragazzino che aveva recapitato la boccetta. Il setacciamento, anche presso ragazzi ospiti di istituti, non ebbe alcun risultato.
Quasi un anno dopo, l’avvelenamento di via della Zecca restava ancora un enigma e, come tale, fu archiviato. Caso insolubile della Torino “nera” del 1834. Non si seppe mai chi aveva avvelenato l’illustre ebanista.


 
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Settant’anni fa, nell’aprile del 1932, l’editore Mondadori si trovò fra le mani il manoscritto di un giallo che sarebbe poi stato stampato nel 1934. L’autore era Vasco Marietti e il romanzo aveva per titolo “L’uomo dai piedi di fauno” e portava una novità: era ambientato a Torino. Si apriva con uno scorcio di via Mazzini e conduceva poi il lettore, attraverso un intrigo, a un delitto in  via Santa Maria, quindi nella Torino più antica. L’editore si sentì quasi obbligato,  in quell’esordio dei popolari “gialli” Mondadori, di aggiungere una nota:  “Una leggenda sfatata è quella con la quale si è voluto far credere che gli italiani non sarebbero mai riusciti a scrivere dei bei romanzi polizieschi”, ed elencava alcuni autori fra cui Alessandro Varaldo, Alessandro De Stefani, Arturo Lanocita, Armando Gomez e Ferdinando Guidi di Bagno, di cui si annunciava “La piovra” (titolo, come si vede, piuttosto “antico” che poi la televisione riprese pari pari). Scerbanenco era ancora di là da venire. Colpisce, in quel lontano “giallo” di Marietti, il titolo e l’ispirazione. Il titolo veniva dalla cronaca nera, dopo che il “mostro”, Giovanni Gioli, che si aggirava per via della Consolata, ebbe ucciso negli “infernotti” del monumentale Palazzo Paesana nel gennaio del 1902 la piccola Veronica Zucca, di cinque anni e mezzo. L’autore del romanzo era stato ispirato da quel fattaccio.
I “gialli” attecchirono e l’ ”Almanacco giallo del Marc’Aurelio” del 1936 poteva scrivere: “Mentre il moderno pubblico/ormai non tira in ballo/che un sol colore, un simbolo/il giallo, il giallo, il giallo”.
Mondadori lesse il manoscritto di Mariotti e si domando: perché mai Torino? Da Torino tutto ci si sarebbe aspettato, editorialmente parlando, tranne che un “giallo”.  Nessuno pensava a un precedente illustre che anche nelle rievocazioni di questi giorni, da parte di qualche giornale, viene sempre passato sottosilenzio: il precedente dell’avvocato torinese Giuseppe Alessandro Giustina, autore di due romanzi pubblicati  a Torino: “L’agente segreto” e “Il processo Lampi”, il primo del 1877 e il secondo del 1889. A Torino, nel frattempo, aveva visto la luce anche “Un colpo di rivoltella”, di Jules Mary.
Queste opere diedero avvio a un interessante dibattito letterario e Alberto Rossi cercò di delinearne la portata in un esauriente articolo scritto per  “La Gazzetta del Popolo” nel febbraio del 1931 intitolato “Il romanzo criminale”. Vennero poi, con il cinema, Lizzani e Lattuada ad anticipare le tinte fosche di Dario Argento.
Quando nell’ottobre del 1960 arrivò a Torino Alfred Hitchcock  per visitare il nascente Museo del Cinema, e gli domandammo se considerasse Torino scenario adatto per ambientarvi uno dei suoi thriller, rispose: “Sono qui da poco tempo, ma direi di sì. L’atmosfera mi pare quella giusta, particolarmente in questo quartiere”. Hitchcock  era a due passi dal ristorante “Tre Galline”.
Con “L’agente segreto” del 1867, l’avvocato Giustina aveva anticipato a Torino di ben dieci anni la nascita ufficiale di Sherlock Holmes, avvenuta nel racconto di Conan Doyle “A study in scarlet”, pubblicato come strenna natalizia nel “Beeten’s Christmas Annual” del 1887. Mancavano tre anni alla nascita di Aghata Christie e Torino era già tutta in “giallo” , grazie a un “mostro” che andava in cerca di bambine, a un avvocato amante del poliziesco e ad alcuni processi clamorosi. Poi venne la moda dei morti ammazzati e fatti a pezzi, come don Gnavi e la “Bela Rinin”. Mondadori l’aveva azzeccata e i giornali che pubblicavano in appendice racconti “gialli” vedevano aumentare la tiratura.


 
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L’espressione piuttosto in uso “fare casino”, per indicare qualche cosa di festaiolo, comunque di disordinato, è quanto mai impropria, considerando che poche istituzioni, fra le molte scomparse, furono tanto ordinate e sottoposte a precise norme quanto i cosiddetti “casini”, ossia i bordelli di antica memoria, insomma, le così chiamate “Case chiuse”. Bambini che giocano, urlando e rincorrendosi, “fanno casino”, gente che va allo stadio con trombe, petardi, striscioni, per “fare casino”. Nulla che abbia a che fare con quello, ormai remoto, definito “salotto di piacere”.
Un critico letterario raffinato, amante della buona lingua e delle sue corrette espressioni, Leo Pestelli, spiegò come “bordellismo” e “incasinato” fossero in realtà neologismi recepiti in quanto appartenevano ormai al linguaggio comune. Eppure “quelle case” erano regolamentate, ordinate, vietavano al loro interno gli schiamazzi ed esigevano che ombrelli e bastoni fossero depositati all’ingresso.
In Italia erano, di fatto, nate, ossia legalizzate, nel 1888 con la legge voluta da Francesco Crispi, per evitare che la prostituzione dilagasse per le strade creando situazioni non sostenibili. Vennero abolite, fra accese polemiche, nel 1958, con una legge proposta e strenuamente difesa dalla socialista Lina Merlin, convinta che, abolendo le “case”, fosse quasi stato eliminato il fenomeno. Oggi si constata che non era così e da alcune parti si è richiesta la riapertura dei bordelli, evento non verificabile e non attuabile, soprattutto in Italia, tenuto conto del mutare dei tempi, dei costumi e delle situazioni.
A Torino – come in altre città italiane – le “case chiuse” parevano corrispondere a tre principali fasce sociali. Una era quella che potremmo definire “bassa”, tipo la vecchia via Conte Verde, oggi ristrutturata, del tutto bonificata; una fascia media, come le “case” di via Calandra, due, una accanto all’altra; e quella di via Principe Amedeo. La fascia più alta era rappresentata da “case” tipo lusso; come quella di via Michelangelo, via Massena, corso Raffaello. Il top era in via Cellini, unica “casa” che poteva competere con quella milanese di via Disciplini.
Corso Raffaello offriva il salotto cinese con diritto all’uscita, di avere il “libero”, ossia la cameriera si assicurava, guardando in strada, che il cliente non avesse in quel momento la possibilità di incontrare alcuno – marciapiede deserto – che lo vedesse uscire dalla “casa”. Quella di via Cellini era frequentata da personaggi torinesi, da professionisti, che per discrezione parcheggiavano le auto sul corso Massimo D’Azeglio. Le ragazze ospiti, di varia età – ovviamente maggiorenni - assumevano nomi “d’arte”: tante Rosanna, Mirella, Laura, Tiziana, Eleonora, Lulù, Angela o Ivonne, ma chi voleva poteva anche mantenere il proprio nome di battesimo.
Alcune ospiti erano reperibili soltanto in determinate ore, ché il resto della giornata lo trascorrevano in casa, con la famiglia. Il film di Bunuel del 1967, dal titolo “Bella di giorno” interpretato da Catherine Deneuve, non si scostava di molto dalla realtà. Quasi ogni casa ha avuto una propria storia e in talune – non a Torino- non mancarono delitti. Si ebbe tuttavia una sciagura quando, in una delle migliori “case” torinesi un’ospite si affacciò ad un balcone, appena uscita dal bagno, e dal cantiere di fronte, un muratore, abbacinato dalla sua bellezza, perdette l’equilibrio ed andò a sfracellarsi sulla strada.
L’unica sera in cui la “casa” chiudeva i battenti era quella di Natale, ricorrenza che le ospiti preferivano trascorrere in famiglia. Lasciavano quindi il lavoro.
Attive le case – e Torino non ne ebbe – vicine a sedi di importanti giornali; come a Milano per il “Corriere della sera” o a Venezia, dove la “casa” era indicata con il nome stesso del quotidiano, “Il Gazzettino”.
L’uso faceva sì che in prossimità di qualche festa, a Pasqua o all’inizio dell’anno, i clienti portassero omaggi alla ragazza che avevano maggiormente frequentato e con la quale si era stabilita un’amicizia. Dopo un primo approccio, le ragazze apparivano desiderose di raccontare, di parlare di sé, di rispondere alle domande – sempre le stesse - loro rivolte dal cliente. Facile che in camera le ospiti conservassero in un angolo la foto di qualche congiunto, soprattutto dei bambini, e in tale caso il discorso spezzava il rapporto e si faceva patetico. A Torino, come a Roma e a Milano, le ragazze erano orgogliose di ricevere visite di personaggi in vista, di attori, di campioni dello sport. Ognuna vantava tale amicizia orgogliosa di essere prescelta tra tutte da un “vip” di cui poi parlava ma sempre con discrezione. Tenevano a mantenere una sorta di “segreto professionale”, mai rivelando le abitudini, le tendenze, i desideri più nascosti del cliente. Curioso come le donne del tutto normali, appartenenti alla cosiddetta buona società, al mattino cercassero, andando dal parrucchiere o al bar, di incontrare le ragazze che lavoravano nella vicina “casa”, con la speranza di captare dai loro discorsi chissachè. Le ragazze lo sapevano e talvolta si divertivano, parlando tra loro, ad alzare di poco il tono di voce, confidandosi particolari del tutto inventati, per appagare quella morbosa attenzione. Mondo di ieri, perduto e irripetibile. Non c’era la tivù, di droga manco a parlarne, i travestiti appartenevano soltanto ai romanzi. Pitigrilli e Colette riuscivano ancora a scandalizzare.


 
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La gente si accalcava curiosa di vedere che cosa stesse accadendo in quella cerimonia, annunciata dai giornali ma, comunque, alquanto insolita. C'erano persone che, fermata la carrozza, erano scese per scoprire che cosa mai si stesse facendo, proprio al centro di quella che, per tradizione, è chiamata piazza Savoia, non in onore della dinastia già regnante ma per ricordare la regione, appena oltre le Alpi, oggi appartenente alla Francia.
Si era scavato un grosso buco nel centro geometrico della piazza, all'incrocio di via della Consolata, via Corte d'Appello e via del Carmine, per collocarvi dentro "qualche cosa". Era la prima pietra dell'alto obelisco eretto per salutare l'abolizione del Foro ecclesiastico. Il sindaco, i consiglieri, personaggi di spicco, tutti sistemati all'intorno dietro a nastri tricolori legati tra un albero e l'altro.
Il monumento-stele sarebbe poi stato alto 21 metri e mezzo, in buon granito di Baveno. Diciamo "buono" poichè, colpito da un cannoncino germanico che lo aveva preso di mira, sparandogli addosso da corso Siccardi, sull'angolo con via Cernaia, poco prima della liberazione di Torino, vacillò e subì qualche ingiuria, ma rimase svettante, quasi come per sfida. Venne innalzato poi il 23 novembre del 1853 in ricordo delle leggi presentate dal conte Giuseppe Siccardi di Verzuolo, fautore della abolizione del Foro ecclesiastico.
Se si smette di andare alla ricerca di un parcheggio e si guarda verso l'alto dell'obelisco si noterà la scritta La Legge è uguale per tutti, asserzione utopistica apposta anche all'interno delle aule dei tribunali e che non tiene affatto conto che Non tutti sono uguali davanti alla Legge. Curioso, comunque, che la frase sia impressa sull'obelisco dal lato che guarda verso il cimitero generale. I nomi dei circa ottocento Comuni che aderirono all'iniziativa ci sono ma per poterli distinguere occorrerebbe munirsi di un cannocchiale.
L'obelisco è considerato monumento "misterioso ", sia perchè molti lo confondono scambiandolo per una stele egizia, ignorando del tutto le circostanze che lo originarono, sia perchè nacque in un periodo di profondi contrasti politici, che segnò il temporaneo prevalere di una parte liberale e anticlericale contro i cattolici torinesi, stretti intorno alla personalità complessa, non certo malleabile, del Vescovo, il marchese Luigi Fransoni, che appartiene alla più controversa fase della Torino risorgimentale.
L'obelisco nasconde qualche cosa di particolare e ciò lo rende più suggestivo. La gente, ignara di che cosa vi sia stato sepolto alla base, talvolta parla genericamente di un tesoro. In effetti, non c'è alcun "tesoro". Nel 1852, quando venne posta la prima pietra, centocinquanta anni fa, come si diceva, vennero chiusi in una cassetta alcuni giornali, soprattutto i numeri 141 e 142 del quotidiano La Gazzetta del Popolo, contenenti, in sintesi, il progetto del monumento come lo aveva disegnato Felice Govean, patriota e battagliero giornalista.
Insieme ai giornali si richiuse alla base del nascente monumento una copia della discussa Legge Siccardi, alcune monete dell'epoca, un sacchetto con semi di riso, un pacco di grissini, e una bottiglia di Barbera, prodotti genuini da affidare ai posteri, simboli del Piemonte, nel caso che in futuro fosse mai venuto in mente a qualcuno di andare sottoterra e vedere quei cimeli, ma per scoprirli occorrerebbe quasi di certo arrivare sotto l'obelisco mettendone a rischio la stabilità.
Fra le scritte che ricoprono la superficie del monumento spicca: "Abolito da Legge IX Aprile MDCCCL il Foro ecclesiastico, popolo e municipio posero IV Marzo MDCCCLIII".
La piazza, con l'obelisco al centro, presenta un'ottima armonia architettonica che si temeva di sfigurare con la collocazione della stele che, in un primo tempo, si era pensato di sistemare in piazza Carignano, ma alla fine si ritenne, pensiamo giustamente, che la sede del primo Parlamento italiano, sia verso piazza Carlo Alberto, sia verso piazza Carignano, non ci avrebbe guadagnato troppo da quell'ago di pietra. Si optò così per quella che allora era detta piazza Susina, dalla vicina Porta Susina, poi diventò piazza Savoia e tale è rimasta.
Va detto che Govean tracciò più che un vero e proprio disegno, appena un abbozzo, poi intervene il pittore Luigi Quarenghi a definire meglio i contorni della stele, peraltro piuttosto semplici, dopo che erano stati scartati progetti più complessi in cui non mancavano statue allegoriche.


 
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Il sigaro si era spento da un pezzo, ma non lo riaccendeva. Si era in via Po, quasi davanti all’antichissima cartoleria di Tota Germana, come la chiamavano tutti. Uscendo dall’Ateneo, l’avevo visto arrivare e sapevo che non avrebbe mancato di sostare a un certo chiosco, più per curiosare che con la speranza di trovarvi qualche cosa di raro. Amava via Po, la regina viarum, la prospettiva del suo rettilineo.
Quasi subito gli ricordai un’intervista che m’aveva rilasciato qualche mese prima. Come se non vi fosse stato uno spazio temporale, ma il discorso di quel giorno fosse proseguito, ininterrotto, sino a un attimo prima, Soldati, riacceso finalmente il sigaro, mi disse: “Il trilemma di cui parlammo, era di Croce, quando aveva affermato: <<E’ impossibile essere fascisti, intelligenti e onesti. Chi è onesto e intelligente non è fascista, chi è onesto e fascista non è intelligente, chi è intelligente e fascista non è onesto>>. Ci ho riflettuto sopra, sa? Un pensiero del primo Croce, ma non mutò poi di troppo questo trilemma. Sa che i liberali, certi di essere nel giusto, non cambiano idea facilmente”.
Il discorso cadde poi su Torino. La amava, vedendone con ironia i lati che più sconcertano chi viene da fuori: l’estrosità trattenuta, il desiderio di non apparire, l’importanza dei fatti al di sopra dei discorsi. E in ciò, in questa valorizzazione, si sentiva torinese tutto, preciso, meticoloso. Parlammo dei notiziari, dei film di attualità e buttai là che Arturo Ambrosio aveva girato la corsa automobilistica Susa – Moncenisio nel 1902. Subito mi corresse: avvenne nel 1904. L’anno dopo quel pioniere fondò l’Ambrosio Film, iniziando con un buon successo iniziale, nel primo stabilimento torinese, la produzione di pellicole a soggetto. Il regista Soldati si rivelava una preziosa memoria storica ed aveva talvolta, forse abbastanza spesso, una prevalenza sullo scrittore, probabilmente per la fantasiosità con cui creava immagini a un ritmo tanto veloce che le parole stentavano a stargli dietro. Si divertiva a parlare degli automobili, quando l’auto era ancora maschile, prima che nel 1926 D’Annunzio, scrivendo a Giovanni Agnelli, annunciasse, con tono che non ammetteva repliche che l’auto è femminile, perché “ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una seduttrice, ma anche una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza”.
Di questi aneddoti Soldati era straricco. Bastava invogliarlo sul sentiero del racconto e non si arrestava facilmente, come se la sua mente, fatta a scaffalature particolari, avesse il potere magico di buttare fuori, al momento giusto, ciò che gli piaceva dire.
Tornammo a parlare di croce, del suo amore per via Po, quando veniva a Torino, del piacere della ricerca tra i librai, alla ricerca di chissà che. Soldati non era poi molto diverso. Quando sfogliava un libro si intuiva il suo gradimento se spostava il sigaro da destra verso sinistra. In un dibattito a un centro culturale nel cuore di Torino una sera si scusò: “ Mi spiace, a volte, di essere così irruente ma, che volete, sono venuto al mondo nel 1906, l’anno del terremoto di San Francisco”.
Lo stuzzicai dicendogli che una volta, a Torino, nel dopoguerra, i primi tre sindaci erano stati tutti e tre comunisti, Roveda, Negarville, Coggiola. Sorrise e mi snocciolò un aneddoto che avrebbe poi messo nero su bianco, mi pare un poco dopo. Ricordò Negarville. Era stato sindaco di Torino dal 1946 al 1948. L’aveva incontrato in treno, forse viaggiando verso Roma. Soldati intavolò il dialogo e a un certo punto disse a Negarville: “Se non mi fossi mai mosso da Torino, forse sarei del tuo partito… “. Negarville gli rispose: “Perché a Torino la classe dirigente, il capitalismo è molto più forte, molto più intelligente, più agguerrito che altrove”.
“Di conseguenza - concluse – a Torino noi siamo più preparati. Occorre esserlo per affrontare quei signori”.
Negarville sorrise, forse pensando di essere stato convincente, ma rimase interdetto per l’espressione furbesca che in Soldati era abituale. “Io non pensavo – mi spiegò – ciò che lui credeva che io pensassi. Se ciò che Negarville mi aveva detto era vero, ed è vero, ne sono certo, significa non che il comunismo fa Torino migliore, ma piuttosto che Torino, il costume e la tradizione di Torino, in tutte le sue classi, fanno a Torino, migliore il comunismo. Non ero e non sono quindi tentato di diventare comunista, caso mai…”.
E Soldati rideva, divertito di quel ricordo. L’aneddoto poteva, all’incirca, essere datato fra il 1955 e il 1957. Lo ricordava spesso, anche una sera in via Roma, al bar Augustus, oggi scomparso, sull’angolo con la Galleria San Federico. Lo raccontò, nei termini che ho riferito, al collega Leo Pestelli. Poi Soldati, tra una fumata e l’altra, prese a parlare di Guareschi e il discorso prese un’altra direzione, più colorita, dando tuttavia il piacere di sempre a chi lo stava ad ascoltare.


 
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Il Moschino e la Siberia. Parlando con un torinese di oggi, se indicate queste due località, vi guarderà stupefatto. La Siberia? Dove si trova o, se non altro, dove si trovava? E il discorso si colorisce, facendosi divertente. La Siberia sorgeva dove poi si fece largo alla piazza Venezia, scomparsa pure quella. Le cosiddette ristrutturazioni urbanistiche, mutano periodicamente, il volto della città. Piazza Venezia - é il caso forse di spiegarlo - si trovava nell'area formata dalle attuali vie Meucci e Davide Bertolotti, area in cui sorsero poi edifici scolastici, lungo il corso Galileo Ferraris, e il grande palazzo dei telefoni, con ingresso dalla parte di via Confienza. Ben prima di piazza Venezia qui si trovava la zona definita la Siberia, alquanto malsana, fangosa, con il Pra del Marghè, appunto il Prato del lattaio, adibito a pascolo, a caprette e ad asinelle. Di questo scorcio non rimane ovviamente traccia.
Il Moschino era un'altra zona poco raccomandabile, verso il Po, dove va a sfociare corso San Maurizio, affollato di moscerini e, nella stagione estiva, da voraci zanzare, covo di malviventi, specie nelle ore notturne, al punto che perfino i gendarmi esitavano nell'avventurarsi nel quartiere. Il Moschino venne cancellato in una vasta azione di bonifica nel 1872 e al suo posto sorsero moderni quartieri abitativi. Fra coloro che più si adoperarono per eliminare il Moschino fu Alessandro Antonelli, che abitava ai margini di "questa zona infetta o un'offesa alla città, piaga da eliminarsi", come ebbe a scrivere, progettando un'area tutta nuova, che riqualificasse Torino a così breve distanza dal suo fiume, cacciando i grossi topi e gli insetti che si erano annidati.
Antonelli si sentì, sulle prime, inascolato. Pareva che il Moschino, come del resto la Siberia, fosse un problema da poco, che non interessasse a nessuno, neppure a coloro che risiedevano in quei paraggi. L'architetto presentò un proprio piano di modifica e con buone argomentazioni si diede da fare a mobilitare la popolazione locale, sino a smuoverla, infondendole a poco a poco l'aspirazione verso una "città più vivibile, spaziosa e salubre".
Pensò anche di promuovere la costruzione di una nuova chiesa che si pensava di intitolare a San Luca, protettore degli artisti. Le idee erano molte e numerosi furono coloro che sostennero Antonelli. Il problema si rivelava, comunque, quello di sempre, mancavano i fondi. Anche per la chiesa non si reperiva la somma indispensabile, almeno per cominciare i lavori.
Come mano provvidenziale, si profilò allora la Marchesa Giulia di Barolo, che offrì generosamente quanto poteva servire quanto poteva servire da base per i progetti dell'Antonelli. Questo personaggio è tra le figure femminili più popolari del Piemonte.
Giulia di Barolo (Mollevier, Vandea, 1785 - Torino 1864) francese, nata Colbert consorte del Marchese Tancredi Falletti di Barolo, patrizio torinese, svolse una intensa opera caritativa e legò il proprio nome all'opera Pia Barolo, con istituti scolastici, asili, pensionati. Nel suo Palazzo di via delle Orfane, oggi chiamato comunemente Palazzo Barolo, la Marchesa ospitò Silvio Pellico quando riacquistò la libertà, dopo il periodo di detenzione nel carcere austriaco dello Spielberg. Pellico finì i suoi giorni proprio a Palazzo Barolo e i numerosi visitatori si soffermano nella sua camera, tra i cimeli che ne ricordano la figura. Giulia di Barolo lo assistette fino alla fine e gli fece poi erigere il semplice ma significativo monumento, sulla tomba, al cimitero generale di Torino.
Giulia di Barolo espresse il desiderio, appagato, di essere sepolta nella chiesa che oggi in piazza Santa Giulia la rievoca con il suo nome, chiesa però intitolata alla martire cristiana Giulia, santificata dal martirio. Santa Giulia venne uccisa a Cartagine ed è particolarmente venerata in Corsica.
La chiesa torinese in suo nome fu eretta nel 1860, l'architetto Giovanni Battista Ferrante, su ordinazione di Giulia Falletti di Barolo, appunto la Marchesa, proprio per dotare di un nuovo tempio la gente di Vanchiglia, mentre il borgo, a poco a poco si bonificava e veniva cambiando volto.
Opera neogotica, presenta, ai lati dell'altare maggiore, bassorilievi di Giovanni Albertone, con lo scopo di mantenere viva la memoria di Giulia di Barolo e del marito Tancredi, per i quali è stato avviato, grazie ai loro meriti, un processo di canonizzazione. La santa martirizzata a Cartagine è raffigurata nella vetrata absidale della chiesa. Due Giulie, di epoche diverse, lontane tra loro, offerte alla venerazione dei fedeli.


 
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L’attuale via XX Settembre, il corso Regina Margherita, via Milano e via Garibaldi, compongono un quadrilatero in cui è racchiusa la “zona archeologica” torinese, quella cioè che contiene la Torino più antica e in cui affiorano, di tanto in tanto, reperti del periodo romano, ossia della Augusta Taurinorum. E’ la zona che comprende il Duomo di san Giovanni battista e, soprattutto, le Torri Palatine.
Nel giardino che fiancheggia il Palazzo Reale, oltre la cancellata, sono visibili i resti del teatro romano, ruderi di mura e la base di una torre, portati alla luce già nel 1899. E’ ciò che resta della Torino romana, ben di più di quanto non ci sia, oggi, a rammentare la città medioevale. Sono visibili gli elementi del teatro classico romano, la “Cavea”, la gradinata semicircolare dove sedevano gli spettatori, l’orchestra per i musici, il coro e il “pulpitum”, ossia il palcoscenico su cui agivano gli attori. L’orchestra aveva una apertura di circa venticinque metri. La costruzione, nel suo insieme, misurava all’incirca centoventi metri di ampiezza, era quindi ragguardevole per un centro come Torino.
Il teatro e la Porta Palatina, sono monumenti rari, soprattutto la “porta”, definitiva da uno storico e critico come Marziano Bernardi, “il più antico, grandioso e meglio conservato monumento del genere in tutto il mondo romano, più importante perciò delle stesse Porte di San Paolo e San Sebastiano a Roma, della Porta dei Corsari a Verona, della Porta Nigra di Treviri, della Porta Augustea di Nimes”. Antica leggenda quella secondo cui sarebbe stato accolto nelle Torri Palatine un personaggio come Ponzio Pilato, di passaggio a Torino diretto verso l’esilio, nelle Gallie dopo essere caduto in disgrazia. Poche probabilità storiche ha anche l’altro episodio, di frequente richiamato, con Carlo Magno ospitato alle Torri in una delle sue venute a Torino.
Le due torri laterali e il sottile muro sono tutto ciò che rimane di una costruzione solida che doveva avere un aspetto certo più imponente di quello attuale anche se, vedendola da piazza cesare Augusto, esprime ancora un indubbio fascino. Con quattro fornici ad arco – i due più grandi per i carri, i due minori per i pedoni, possedeva saracinesche di chiusura questo “Palatium”, da cui derivò il nome di “Porta Palatii”, oggi Porta Palazzo, dato all’intera zona, forse dimora dei duchi longobardi e poi dei conti franchi, ma la storia si è sfumata nella leggenda.
Vittorio Amedeo II ebbe l’infausta idea di fare abbattere le Torri Palatine, considerandole un edificio del tutto inutile e, probabilmente, anche antiestetico. Il progetto era già pronto e si trattava di passare alla fase esecutiva quando intervenne l’architetto Antonio Bertola. Questi dimostrò a Vittorio Amedeo l’importanza del monumento e il risultato soltanto negativo che sarebbe scaturito dal suo abbattimento. Occorreva, comunque utilizzare il complesso. Non si pensava, infatti, di conservarlo, soltanto perché importante sotto l’aspetto archeologico. Ciò spiega perché nel 1724 venisse adibito a carcere del Vicariato. Le Torri vennero perciò indicate come Torri del Vicariato. La Porta Palatina servì poi da carcere femminile. I restauri per meglio preservare il monumento dall’incuria vennero iniziati nell’Ottocento dopo gli studi e le ricerche portate avanti da Carlo Promis.
Le Porte spiccano nel punto più suggestivo del quadrilatero romano e una sapiente illuminazione le valorizza, anche se gli edifici costruiti all’intorno, soprattutto quello davanti al Duomo di san Giovanni, eretto dopo le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, di certo non contribuirono ad arricchire lo scenario della Torino romana.
A tergo della Porta, le statue di Augusto e di Cesare sono copie in bronzo di statue antiche, collegate in quel punto per accentuare il tocco romano dello scenario, a due passi da piazza della Repubblica, ossia da Porta Palazzo, con il grande mercato in cui si vende di tutto, al confine con la Torino più antica, a un tiro di schioppo da Palazzo Civico.
All’inizio del 2000, lavori di pavimentazione e di restauro hanno portato alla luce reperti del periodo romano, anfore, frammenti di bassorilievi, a confermare quanto la zona fosse importante e frequentata durante il massimo splendore di Roma.


 
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In piazza Quattro marzo, ma forse è più esatto definirla Largo, i turisti (e anche i torinesi) passano senza accorgersi di Casimiro Teja, il che è un peccato. Il monumento che lo ricorda è di piccole dimensioni e, curiosamente, associa Torino a Roma. Venen firmato da uno scultore di fama, Edoardo Rubino, il quale pensò di celebrare così il romano Pasquino, qualche cosa di più che una maschera o una raffigurazione popolare.
Proprio dal Pasquino trasse nome, nel 1856, quando cioè l'Italia unita era ancora di là da venire, il periodico umoristico diretto da Teja, divenuto poi famoso per le sue pasquinate. Teja è ritratto nel bronzo, collocato nel piedistallo, sormontato dal Pasquino.
Rimessa in sesto da poco, la piazzetta Quattro Marzo - ricorda il 4 marzo del 1848 quando fu promulgato lo Statuto - è discreta ed ospita anche il monumento a Teja, posto in un primo tempo lungo corso Cairoli. Nel 1924 fu tolto dal corso per sistemarlo nel largo, a pochi passi dal Duomo, a fare compagnia a due altri illustri, ai monumenti per Bottero e Borella. Il primo fu il fondatore della Gazzetta del Popolo, il secondo, Alessandro Borella, medico, scrittore e politico.
I monumenti sono stati ripuliti poco prima del 2000, quando si attendevano i pellegrini per l'ostensione giubilare della Santa Sindone. Non si dimentichi che Teja aveva con appropriate iniziative contribuito a vivacizzare numerose feste predisposte dal canottieri sul Po e la prima destinazione del suo ricordo monumentale, a pochi metri dal fiume, era perciò parsa ideale, anche se i turisti lo riconoscono bene pure nel quieto angolo in cui si trova attualmente. Teja, che abitò in via San Massimo, era nato nel 1830 e si spense nel 1897.
Il Pasquino vide la luce dopo la scomparsa del battagliero Fischietto, che dovette chiudere i battenti perchè strozzato dalla censura. per le sue idee liberali e risorgimentali. Il primo numero recava la data del 27 gennaio 1856, come giornale umoristico, non politico con caricature, per l'idea di un gruppo di amici fra cui  G. paicentini, C.A. Cesana (Tommaso Canella) e Teja.
Enrico Gianeri (Gec), giornalista, scrupoloso costruttore di atmosfere, studioso della caricatura, ha tracciato un efficace bozzetto del Pasquino agli albori: " Il giornale si stampava nella Tipografia Scolastica di Sebastiano Franco e Figli, aveva la sua direzione in via Carlo Alberto 7 e rappresentanti in tutte le città ove ci fossero ancora Fratelli in catene. Pasquino incontrò in breve un grande successo (tenete presente però che le tirature di allora si aggiravano sulle 500 copie). Fu l'Italia, fu Torino, fu un combattimento continuo a colpi di matita contro gli ignavi, i tedescofili, e i demagoghi. Ogni tavola di Teja era una battaglia ed il Governo, intelligentemente, dava una importanza eccezionale agli attacchi di Pasquino, ben conoscendo l'efficacia della satira e della caricatura al servizio di un'idea. Un giorno, Pasquino fu sequestrato per una vignetta più mordace del solito. Cavour, nei corridoi del Parlamento Subalpino, imbattendosi in Cesana che era l'anima del giornale, gli disse: "Ho dovuto, in seguito a pressanti reclami diplomatici, far sequestrare stamane il suo Pasquino. Ma, mi raccomando, dica ai suoi amici del giornale che non si perdano d'animo per questo e continuino... continuino ad aiutarmi così".
Sin dai primi battaglieri numeri, il periodicico si venne a identificare con la città. Lo ebbe a evidenziare Gianeri: "Pasquino era talmente Torino che, quando nel 1865 la Capitale fu trasferita a Firenze e Cesana dovette seguire il Governo, Teja si rifiutò di trasportarvi il giornale. "No. - disse - Fuori Torino, Pasquino non potrebbe vivere". Rimase a Torino e continuò il giornale, con fortuna crescente, per  altri 32 anni.
Il giornale,  a sua volta, rappresentando l'anima più pungente di Torino, si identificò con Teja. Commentò il citato Gec: "Fino all'ottobre 1897 - morte di Teja - pasquino fu Teja poiché Pasquino è stato quasi sempre l'espressione di un temperamento artistico e satirico. Teja discendeva direttamente da Daumier, era un combattente della amtita ed il più profondo caricaturista politico che l'Italia abbia avuto. Sullo stesso piano vennero poi Galantara e Scalarini. Poichè soltanto una democrazia ed una libera opposizione possono esprimere il grande caricaturista. Teja morì, il 20 ottobre 1897, con la matita in mano, lasciando incompleto il suo estremo disegno in cui si intravedeva la figura del marchese di Rudini (da lui immortalato come don caramella) che scriveva qualcosa sotto dettatura di "El Pi" (Zanardelli). Che cosa? Nessuno lo saprà mai".
Per problemi di censura, e, anche, per necessità finanziarie, Pasquino finì di apparire in edicola nel 1929. La sua era stata una lunga e sempre più difficile battaglia mentre i tempi mutavano. L'Italia e Torino apparivano diverse, quasi stravolte. teja era appena scomparso da questo mondo che quasi subito si pensò di dedicargli un monumento. I progetti furono molti ma occorreva anche trovare un artista che ne sapesse rappresentare lo spirito e reperire i quattrini per innalzare un ricordo all'abile polemista, soprattutto al grande umorista.
La scelta cadde su Rubino e fu una scelta felice. La sistemazione recente del giardinetto di largo Quattro Marzo, dopo la bonifica di questa zona, nel cuore della Torino più antica, con una discreta illuminazione, son un omaggio che Teja avrebbe senz'altro gradito.


 
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Forse, come taluni dicono, è un punto “magico”. Storicamente è detto “crocicchio delle Quattro Pietre”, nel punto in cui via Porta Palatina incrocia via IV Marzo, un tempo dette Contrada delle Quattro Pietre e Contrada della Corona Grossa. La curiosa denominazione traeva origine dalle pietre, in realtà grosse lastre sistemate in mezzo alla strada, allora né asfaltata – è ovvio - e neppure acciottolata, con la polvere ovunque, che si trasformava in fango sotto la pioggia. C’erano poi le acque di scolo a rendere problematico l’attraversamento della via per cui le quattro “pietre” si rivelavano provvidenziali per l’attraversamento.
C’era però ancora una denominazione, persasi nel tempo: il ”quadrivio delle grida “, perché in questo punto, annunciato da un rullo di tamburi, il messo del Comune dava pubblica lettura dei bandi e delle ordinanze, con voce forte, gridando, quasi urlando. Le disposizioni più importanti, erano anche affisse in questa zona: manifesti offerti alla lettura di coloro che affollavano, sempre in questa zona, il mercato, soprattutto di ortaggi e di abiti usati. Quasi anticamera, ante litteram, di ciò che sarebbe poi diventato il grande mercato di Porta Palazzo, ben vivo sino ai giorni nostri.
Chi percorre con il naso all’insù via Milano – un tempo denominata Contrada d’Italia – scorge l’”Animaleria” forse più importante della Torino antica, ossia un bestiario di pietra. La Basilica Magistrale dell’Ordine di San Maurizio e Lazzaro, domina questo crocevia cittadino, affacciandosi su via Milano, ricca di memorie storiche, sede di prestigiose istituzioni, famosa per la sua stessa collocazione.
Il cosiddetto “ bestiario” è forse unico in Italia per la sua rilevanza, in un contesto architettonico elegante che “racconta” della Torino di ieri e della sua attività commerciale in questo incrocio affascinante.
E’ di Filippo Juvarra l’idea iniziale del crocicchio romboidale, illustrando le facciate circostanti con teste di animali che il passante distratto per lo più non nota. Lo storico Palazzo del Conte Faussone di Germagnano mostra teste di leone, animale per tradizione regale che spicca anche nello stemma del casato del conte, e da ciò la scelta di sistemarlo sulla facciata, indicativamente ma soprattutto con un voluto significato araldico, a evidenziare la proprietà dell’edificio.
Il palazzo adiacente alla chiesa di San Domenico, tempio di pregio storico eccezionale nel contesto torinese, legato alla storia più antica della Santa Inquisizione raffigura invece teste di cane, esempio di fedeltà, come vuole essere l’interpretazione dell’animale riconosciuto come “amico dell’uomo”. Se ne può ricavare un anagramma che ha colpito non pochi autori: Domenicani, fedelissimi alla Chiesa, quasi come “Cani del Signore”.
Il terzo palazzo, ugualmente monumentale, offre un animale che si ricollega al simbolo stesso della città, il Toro. Leoni, cani, tori, dunque in una commistione ornamentale che rende questo quartiere della Torino più antica quasi stupefacente.
Siamo a un tiro di schioppo da un altro incrocio ben noto: quello di via Corte d’Appello con l’attuale via Milano, dove si trovava la “pietra dei falliti”, sulle quale venivano ripetutamente calati coloro che risultavano responsabili di fallimento, tra le sghignazzate del popolino che si assiepava per assistere a questa applicazione spicciola della giustizia. Si vuole che in tempi più remoti, al posto della pietra vi fosse un robusto sedile di legno, quasi un asse.
Il malcapitato fallito, trattenuto da corde, era fatto cadere sull’asse, anche violentemente, mentre la plebaglia applaudiva. I colpi sulla panca (in piemontese “banca”) erano tanti e secchi in modo che alla fine, con il sedere, il condannato spezzava l’asse e faceva, per così dire bancarotta… da cui nacque la colorita espressione dialettale, unitamente a quella meno raffinata bate’l cul su la pera, ossia sbattere il sedere sulla pietra o sul legno, in modo da provocarne la rottura.


 
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Pochi giorni fa è morto, ma le cronache non gli hanno dedicato, dimentiche e ingrate, neppure una riga, Giuseppe Manno Orriga. Aveva 92 anni; scultore modesto, pittore altrettanto modesto, velleitario poeta, il quale entra tuttavia nella storia torinese per una particolare caratteristica. Abitava in via Giulio, a due passi dall'ex manicomio - quello detto "due pini" per gli alberi che ne ornavano l'ingresso  - e a un tiro di schioppo dal santuario della Consolata. Nato nel 1910, Manno Orriga aveva cominciato, dopo le elementari, a dilettarsi con colori e pennelli. Qualche artista abbastanza famoso lo prese come "ragazzo di bottega", ma poi scosse il capo. Tutti concordavano su un fatto: il ragazzo non aveva i numeri. Pasticciava con i colori, imbrattava tele e basta.
Giuseppe non si arrese. Continuò nella sua arte umile lavorando - doveva pure guadagnarsi da vivere -  in una bottega di falegnameria, in via San Domenico. Un giorno entrò una cliente e gli domandò se fosse bravo a dirigerle un quadretto: suo marito, in bicicletta, era finito contro un carro ma, prodigiosamente, si era salvato, quasi incolume. Entusiasta all'idea di sentirsi "commissionare un quadro", Giuseppe si  mise all'opera e compose una modesta raffigurazione, un "ex voto",  come si chiamavano allora, da offrire alla Vergine Consolata come gratitudine per lo scampato pericolo. Vi erano già molte opere del genere nel Santuario e, di certo, il quadretto di Giuseppe non avrebbe sfigurato tra i tanti. Oggi questa arte devozionale religiosa è in disuso, ma la galleria degli "ex voto", alla Consolata, ne è strapiena. Anzi, molti di questi dipinti, non trovando il loro posto sono stati sistemati nel sotterraneo.
Non vi sono solo dipinti; si possono vedere anche "cuori" altra espressione di gratitudine alla Vergine per una grazia implorata e ottenuta. Al "cuore" si affiancarono, con il tempo, "braccia", "gambe",spalline di uniformi militari, decorazioni ottenute sul campo. Se ne possono osservare, alla Consolata, un numero impressionante. Più interessante l'"ex voto" che, con molta fantasia e gusto particolare, dovrebbe rappresentare il momento in cui si era invocata la grazia.
Non stupisce che i turisti anche quelli che giungono dai paesi lontani, abbiano sentito parlare di questi "ex voto" e vogliano vederli passando da Torino. E' un'arte povera che continua, dunque, a colpire l'occhio anche all'inizio del terzo millennio. Ve ne sono un po' in tutte le chiese torinesi, moltissime nella basilica di Maria Ausiliatrice, ma la Consolata è certamente la più ricca per la forte devozione che la Vergine, Patrona della Città, ispira sin dai tempi più lontani.
Ancora all'inizio dell'anno, nel settembre del 2001, Giuseppe Manno Orriga ci diceva: "Il cliente stesso mi dava l'ispirazione, mi suggeriva che cosa dipingere; ovviamente dovevo sistemare nella composizione l'immagine della Consolata, quasi sempre la medesima che ho usato per anni. Non mi dispiace per quello che ho fatto, anzi. Vi sono artisti che hanno opere loro esposte al Louvre di Parigi, io sono un artista umile e chi vuole vedere qualcuno dei miei quadretti va a vederseli alla Consolata".
"Mi trovavo sul carro di fieno, con mio marito, il cavallo si è imbizzarito, siamo finiti contro il parapetto del vecchio ponte. Se non siamo precipitati nel fiume è stato per l'intervento della Consolata, che ho subito invocato", si sentiva raccontare il pittore, e subito ce la metteva tutta a raffigurare la scena con carro, cavallo, ponte e, in alto a destra, la Consolata.
Quante sale operatorie in questi quadretti! Impossibile contarle. Un intervento difficile, un caso disperato, poi la guarigione. Oppure il tram, la donna che finisce sotto, poi l'arrivo dei pompieri e la donna si salva. " Grazie perché sono stato assolto di tutto", dice Antonio G. e il quadretto lo mostra, quasi tremante, davanti ai giudici. Sarà stato davvero innocente? Molti dipinti sono datati fine Ottocento, come quello delle operaie-filatrici precipitate in strada per il crollo di un balcone nel 1890. Non si capisce dal piccolo quadro se si sono salvate proprio tutte. Poi gli "ex voto" dei militari, tantissimi, da tutti i fronti, della prima e seconda guerra mondiale. Se la sono vista brutta, per quello scontro sanguinoso parecchi sono caduti, falciati, questi l'hanno scampata e, tornati a casa, hanno voluto dire "grazie" in questo modo alla Consolata.
Nel 1940 sono piovute le prime bombe su Torino, appena dichiarata la guerra. Impauriti ma salvi, gli inquilini di via Priocca si sono affrettati a mandare il loro "ex voto". Treni che deragliano, aerei che precipitano, case che crollano e che bruciano, torrenti in piena, aerostati che stanno cadendo al suolo come sassi; carri, auto, biciclette, terremoti, alluvioni, negli "ex voto" si vede di tutto. Elemento immancabile la "Consolata", sempre lei.
L'"ex voto" più antico sembra quello offerto da Antonia Margherita Noberasca, moglie di un mercante di Savona, tormentata per nove anni dal diavolo, poi liberata per l'intervento della Madonna. E' datato 25 marzo 1670. Fra i più recenti, uno portato al santuario da chi è riuscito a liberarsi dalla droga. Pochi ingenui versi dicono tutto: "Droga e vin l'avean ridotto male - ma ora fa il dottore in ospedale - piangere non servì, servì, servì pregare - la nostra Consolata sull'altare".
Il corridore ciclista Nino Defilippis è in una foto. Ha dedicato alla Madonna una delle sue più belle vittorie in bici.
Gli "ex voto" sono oltre duemila; alcuni hanno avuto restauri recenti; proprio perché considerati documenti, testimonianze di costume, oltre che povera e ingenua forma di arte sacra. Si calcola che due o tremila quadretti siano andati persi con il tempo, in specie quando il santuario venne restaurato e ingrandito nel 1904.


 
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Gli Anni Sessanta erano appena iniziati e mi trovai a intervistare, in una villa fuori Parigi, Simone De Beauvoir. Avevo con me una copia de "I Mandarini" che la scrittrice gentilmente mi autografò, sotto lo sguardo compiacente dei miei amici che avevano combinato l'incontro. Il discorso cadde poi sull'erotismo, sui suoi simboli e sull'espressione che in quel periodo trovava nel cinema e nella letteratura. Quasi d'improvviso Simone mi domandò: "Perché non va a trovare B.B.?". Pensai di non avere inteso bene ma lei sorrise: "Sì, Brigitte Bardot. Non la conosce?".
Le risposi che, a parte i film, l'avevo incontrata una volta sola, a Torino. Ricordo che si era all'inizio di settembre del 1958, quindi era passato poco tempo. Verificai poi sulle mie disordinate agendine e vidi di non essermi sbagliato. La Bardot era stata a Venezia per il Festival - con Sacha Distel, suo accompagnatore in quel periodo - correndo il rischio di finire in acqua, in un canale, pressata tra i poliziotti di servizio e una folla enorme. Brigitte, in un incontro successivo, mi disse poi di essersi quasi sentita venire meno. Il curioso era che al Lido stava ottenendo successo il suo film, in italiano "In caso di disgrazia", di Autant-Lara.
La Bardot da Venezia puntò verso Torino prima di tornare in Francia. Viaggiava su una sportiva MG bianca e verde, guidata da Sacha Distel, con il quale si sarebbe ufficialmente fidanzata nella casa di Saint Tropez, La Mandrague, pochi giorni dopo.
A Torino la MG si fermò in via Roma, il venerdì 5 settembre, quasi sull'angolo con piazza Castello. La Bardot indossava uno spencer giallo chiaro, calzoni sul ciclamino, fazzoletto rosa che le nascondeva i capelli, ma lo buttò via con un gesto e sciolse la chioma al sole. Si dedicò, dopo pochi passi, allo shopping. Un paio di scarpe lo acquistò in piazza San Carlo, poi, in via Roma, entrò in una gioielleria e si comprò una "cosuccia", un braccialetto che, se ben ricordo, portava incastonati cinque o sei brillantini. In piazza San Carlo prese un aperitivo  - "Nulla di alcolico, mi raccomando" - poi si vide arrivare tre o quattro cronisti accorsi alla notizia del suo arrivo. Sorrideva, più che rispondere alle domande: non aveva mai visto Torino. Le piaceva, pensava che fosse molto "bella" e bella lo ripeté tre o quattro volte, in italiano. Si distrasse per un buffo cagnolino che la stava osservando, accanto alla padrona seduta al bar con altra gente.
Furono i miei anici, che conoscevano bene la De Beauvoir ad insistere perché telefonasse alla Bardot preannunciando una mia visita che, per una serie di circostanze e per gli impegni miei al giornale non poté avvenire che un mese dopo, all'incirca. B.B. fu molto gentile, ma mi sembrò distratta, come avesse qualche cosa di triste in mente. Sorrideva con fatica. Mi accompagnò, comunque, a visitare La Mandrague dicendomi che Saint-Tropez stava diventando "invivibile": "Qualche cosa di orrendo, con bordate di turisti, come mi pare succeda da voi, a Taormina, a Capri, ma anche a Venezia".
Le dissi di Torino. "Certo che la ricordo, venivo da Venezia, mi sono fermata troppo poco, appena due o tre ore, rammento". La signora che fungeva un po' da governante un po' da segretaria, quando fummo soli per qualche istante mi sussurrò: "Non vuole quasi mai vedere nessuno. Lei, mi sembra, è stato anticipato da una telefonata di Simon..." annuì. Con la signora parlai poi altre volte, quando tornai a Saint-Tropez in differenti circostanze e mi ripeté che B.B. non amava la folla, detestava i turisti e tendeva ad uscire sempre meno dalla villa. Mi venne in mente, non so perché, quella volta che nel 1961 -  doveva essere all'inizio di agosto - quando Brigitte perse i sensi girando una scena del film di Louis Malle, "Vita privata". Dovettero intervenire i gendarmi che la portarono via a braccia. Rimase lontana dal set per un po' di tempo.
Una volta, quando stava partecipando a una trasmissione televisiva che ebbe enorme successo, un programma contro la vivisezione e in difesa degli animali, B.B. mi consegnò una busta. Conteneva una fotografia con autografo da far pervenire a un mio collega torinese, che ne fu entusiasta e fece incorniciare la foto, poi presente per molto tempo sulla sua scrivania.
Nel maggio del 1987, mi annunciò in una visita a La Mandrague l'intenzione di vendere i gioielli - alcuni dei quali legati a ricordi particolarmente cari - per soccorrere animali, poveri e abbandonati. Poco dopo sarebbe stata la volta di vestiti, abiti costosi di grandi firme offerti, quasi sulla strada, in un mercatino improvvisato, con stupore dei turisti che stentavano a capirla. Aveva appena inviato un messaggio al Presidente americano Reagan perché si adoperasse al fine di vietare la caccia alle foche.
"Meglio le bestie, ossia gli animali, degli uomini. Guardi, guardi quelli che passano. Gente sbracata che non sa più sognare". Poi le dissi di due o tre celebri attrici italiane, le parlai di Venezia, della visita a Torino. "Venga di nuovo a trovarmi quando tornerà da queste parti". Mi lasciò all'ingresso, parlandomi di Alec Guinness, del Principe Carlo e di Lady Diana, ma si turbò vedendo due fotografi in agguato e, quasi, mi spinse fuori.
Aveva corrucciato le labbra come in un broncio, le celebri, indimenticabili, labbra di Brigitte, quelle che avevano ispirato Cocteau, mentre cercava una donna di forte temperamento che impersonasse la Francia e diventasse una nuova Marianna.


 
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Erano parte del paesaggio, elemento di una Torino dolce, un po' gozzaniana, un po' deamicisiana. Il mutare dei tempi se l'è portate via, queste carrozzelle, con il cavallo che spesso era più vecchio e ronzinante del cocchiere. Di tanto in tanto si parla di ripristinarle, di farle ricomparire, come d'incanto, almeno in qualche tratto della città, ad esempio al Valentino o in certe zone pedonali.
Sul finire degli anni Venti erano trecentocinquanta e prestavano servizio nelle vie principali, con il caratteristico clap-clap di certo più gradevole del chiasso di oggi, con il traffico assordante. Quando nel 1979 si predispose a Torino il primo raduno nazionale delle carrozze d'epoca, con il parco della Mandria scelto come punto di ritrovo, si ebbe un successo tale che si parlò di ripristinare carrozze e cavalli, ma il progetto non ebbe seguito.
Si tornò a vagheggiare il ritorno del clap-clap nel 1986, quando i fiaccherai non erano rimasti che due, Michele e Cesare Oddone, fratelli ultraottantenni che non rinunciavano al piacere di condurre in carrozza turisti torinesi a compiere un lungo giro per il viale del Valentino per seimila lire.
Michele Oddone fu orgoglioso di farsi fotografare a cassetta, le briglie in pugno. Spiegò: "Si guadagna ancora ma soltanto con la bella stagione e se c'è il sole. Avevo cominciato questo lavoro nel 1921, con mio padre, e tra i clienti avevamo i Lancia, gli Agnelli e alcuni tra i più bei nomi della aristocrazia". Poco dopo l'intervista Michele Oddone venne avvicinato da una ragazza che gli disse di mostrarle il libretto della pensione. Il vetturino lo estrasse da una scatola in cui teneva anche denaro, quasi un milione. La ragazza afferrò il malloppo e sparì. Un ricordo amaro per il fiaccheraio che pianse: "Una volta, quando portavo in giro tanta gente, anche di sera tardi, ciò non sarebbe mai accaduto".
Forse il momento è propizio per riprendere l'idea di ripristinare le carrozzelle, mentre Torino, più "europea", più aperta al turismo, tende ad offrire qualche cosa di più al visitatore il quale, magari, ha un qualche pallido ricordo, forse ricavato da frettolose letture della Torino romantica di ieri, quando l'auto non c'era ancora o compiva i primi rombanti giri intorno a Palazzo Madama.
Troppo pochi - ci dicono perché costosi - anche i poliziotti a cavallo, che infondono però un tocco signorile al paesaggio. Anche per loro sarebbe bene un incremento. Danno sicurezza, sono belli a vedersi. A Londra la polizia a cavallo è una istituzione prestigiosa. E potrebbe esserlo ugualmente a Torino. Insomma, si vuole qui invocare il ritorno dei quadrupedi, sempre in quel contesto innovativo in vista dei famosi Giochi del 2006.


 
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Da sempre era considerato un borgo “rosso”, quasi una sorta di piccola Stalingrado, roccaforte di un socialismo prima maniera, ma qualche cosa che esulava comunque dalla mentalità borghese e quieta di Torino. Un borgo, tutto sommato, particolare, popolare, fin che si vuole ma non poi sovversivo come qualcuno vorrebbe dipingerlo.
Lo descrive bene, nella sua anima più coinvolgente, un’autrice che in Borgo San Paolo è nata e vissuta, e continua ad amarlo, come si nota nelle sue pagine autobiografiche di “La casa di corso Peschiera”, Fernanda Fiorano.
“Era bella la mia città anonima nella nebbia o con i grandi alberi dei viali fioriti di neve.
La ricordo di più nella stagione invernale e l’odore di freddo e di officina che entrava in casa quando mio padre ritornava dal lavoro.
Alzavo la testa dal libro su cui stavo studiando una poesia a memoria in attesa del suo buffetto: avevo molta soggezione di lui, gli sorridevo timidamente.
Poi ricominciavo a ripetere mentalmente la poesia che non mi piaceva.
Ho ritrovato fra le infinite cose conservate da mia madre il sillabario e piccole letture al fondo della copertina disegnato un fascio. Ho ritrovato anche la poesia
<Palloncino, vola vola fin lassù e domanda a un uccellino se lassù tutti i bimbi sono buoni. Non c’è più un bambino capriccioso?>
Il palloncino verde era disegnato a lato della pagina ed ogni volta che lo guardavo provavo una strana sensazione, nello stesso modo mi piaceva guardare i grandi prati di fronte a casa mia e sentire il fischio del treno lontano lontano nella notte quando papà e mamma dormivano o bisbigliavano in cucina. Fisso la luce della memoria su quel momento di vita familiare che si è ripetuto per anni e misuro con uno struggimento che non ha né parole né lacrime, la distanza tra quelle sere di intimo affetto e la solitudine di questo momento.
Fiuto nell’aria trepidante di voli e di canti, l’odore di nebbia di quelle sere, li sento parlare in dialetto fra di loro e la mamma che dice la cena sarà presto pronta.
Quell’ aria di mistero ogni volta che mio padre decideva di andare al cinema quel bisbigliare la cena affrettata l’aria di complotto l’attesa di sentirmi comunicare che saremmo andati al cinema.
La mia voce spenta dall’emozione e dalla gioia: <Si, si vengo con voi>
L’aria era fredda e le persone che incrociavamo era ombre nella nebbia fitta, i grandi tigli giganti nella notte che solo verso primavera e poi nell’estate avrebbero profumato l’aria fin dentro casa.
Sono ritornata nel mio quartiere a ricercare il cinema da un angolo della piazza rumorosa e piena di traffico l’ho visto immutato. Mancava solo il caldarrostaro.
Sono rimasta chiusa nella macchina per guardarmi intorno, mi sono guardata camminare fra loro due che mi tenevano le mani nelle loro tasche per riscaldarmele.
Camminavamo svelti lungo il viale, il cinema era lontano ma era così meraviglioso poi stare seduta due ore a guardare il film”.
Il cinema, ovviamente, era il cinema Eliseo, come si chiama ancora oggi.
Fernanda Fiorano nel suo racconto aggiunge:
“Durante la stagione fredda i miei momenti di svago li trascorrevo alla finestra oppure scendevo nelle strade del quartiere; forse, con più esattezza dovrei dire che amavo il mio quartiere perché della città non conoscevo che alcune zone, altre mi erano sconosciute.
Provavo tenerezza nei suoi confronti, mi piaceva la sua ruvida dolcezza, la sua discrezione, l’eleganza delle strade e delle vetrine, quel suo modo di essere bella senza mettersi in mostra, di accettare il ruolo di città importante perché c’è la FIAT, mentre il suo vero fascino rimaneva indecifrato. La nebbia era uno degli elementi più importanti. Mi capitava il mattino di alzare le persiane e affacciarmi nel nulla: a volte nemmeno i grossi tigli trasparivano nel bianco opaco, ma più eccitante era camminare la sera per le strade del mio quartiere, rasentare i muri per non finire sotto ad una macchina, la nebbia era così fitta certe sere che i capelli gocciolavano e le persone incrociandosi non si riconoscevano, avrei potuto fare le boccacce, mostrare la lingua e nessuno mi avrebbe vista, camminavo più invisibile di un fantasma ed era bellissimo come in una fiaba.
La sola cosa che vedevo dalla finestra anche quando la nebbia era molto fitta o rendeva il traffico difficile e pericoloso, era il lampione fra i due viali.
Il lampione era un importante personaggio durante le mie soste alla finestra: ne vedevo il chiarore che rompeva intorno il bianco un po’ fuligginoso ed era l’unico oggetto reale in quelle sere di nebbia.
Nelle sere di pioggia, invece, lo guardavo oscillare mesto e solitario nel suo cerchio di luce, gettando pallidi chiarori tra le foglie degli alberi e sull’asfalto lucido.
Era allegro solo quando la neve lo incappucciava, ma allegri erano tutti quando la mattina alzandosi spalancavano le finestre e indugiavano a guardare la neve che furtiva nella notte aveva coperto i tetti, i tigli e le strade, i balconi. I grandi ritrovavano la serenità dell’infanzia.
Soltanto i passeri non partecipavano a quella festa infantile che si ripeteva sempre nuova ogni inverno ed al riparo dai comignoli pensavano alle briciole, ai piccoli insetti che la neve avrebbe sepolto prima di poterli raccattare.
Era un quartiere modesto, molto vicino alle fabbriche, ma nemmeno il quartiere lo avrei cambiato con uno più elegante; forse mi sarebbe piaciuto abitare in collina, verso il Monte dei Cappuccini.
C’ero andata qualche volta il giorno di pasquetta e mi era piaciuto guardare la mia città dall’alto del piazzale: a sinistra la zona un po’ fumosa delle fabbriche, quasi al limite con essa potevo indovinare la mia casa, poi a destra si inquadrava il resto della città con le prime case a molti piani, la Mole Antonelliana e sotto ai miei occhi il Po, all’orizzonte le Alpi azzurre orlate di neve”.
Un altro “ex ragazzo di Borgo San Paolo”, l’ex sindaco di Torino, Diego Novelli, in un suo intervento a proposito del borgo ha scritto:
“Corso Vittorio moriva a Boringhieri (oggi piazza Adriano) perché stoppato da un grande edificio giallo dove si fabbricava birra. Di lì aveva inizio la «nuova» Torino, mescolante città e campagna. La separazione del Borgo dal resto della città era materialmente segnata dal trincerone della ferrovia, oltre il quale i «ragazzi bene» che abitavano alla Crocetta non dovevano andare.
San Paolo fu chiamato per molti anni il «Borgo Rosso» perché vide nascere i primi circoli socialisti (in via Virle, in via Barge, in via Frejus) e numerosi dirigenti del futuro Partito Comunista d’Italia (nato nel 1921 a Livorno) abitavano nel quartiere: dalle famiglie Montagnana, ai fratelli Negarville, a Tunin Oberti, a Luigi Capriolo, a Battista Santhià, ai Pajetta con mamma Elvira insegnante alla Santorre di Santarosa.
Anche Gramsci e Togliatti (quest’ultimo sposò una ragazza del Borgo, la sartina Rita Montagnana e probabilmente andò con lei al Brovetto-Eliseo) furono frequentatori assidui del circoli operai e socialisti sanpaolini. Nelle piccole «boite» cresciute intorno ad alcune grandi fabbriche (la Spa, la Lancia, la Diatto, la Chiribiri), c’era quella che venne chiamata «aristocrazia operaia» (anche agli operai è stata riconosciuta un’aristocrazia!): si trattava di quella mano d’opera molto specializzata, dai mestieri sofisticati, di quei «meca» (meccanici) che con un solo utensile sapevano fare i «barbis a le musche» (i baffi alle mosche)”.
Più popolare, più trafficato e sempre più commerciale, il borgo vive oggi una realtà pulsante che supera, con il suo dinamismo, anche i ricordi di ieri.


 
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Si torna a discutere - e potremmo definirlo quasi un motivo ricorrente - sulla possibile nuova sistemazione di piazza Vittorio Veneto, quella che una volta si chiamava Vittorio Emanuele e poi all'Emanuele venne sostituito il Veneto in onore della vittoriosa conclusione della Prima Guerra Mondiale, che finì, appunto, con l'affermazione delle forze italiane a Vittorio Veneto.
Sin dalla sua nascita come spianata, la piazza ha fatto discutere, scenario ideale che si apre verso il verde della collina, con il ponte proteso sul Po, come una freccia che indica la grande basilica della Gran Madre. Le polemiche, in anni ormai lontani, furono arroventate quando si trattò di eliminare dalla piazza, nel periodo carnevalesco, il complesso dei giostrai e dei baracconi che riempivano, rumorosamente, l'intera piazza.
Era una bella "macchia di colore", senza dubbio, ma contrastava, non soltanto per il chiasso che produceva, con quella eleganza che si voleva dare alla piazza riconsiderandone l'arredo urbano. Ora si torna a pensare a una possibile sistemazione sul tipo di quella adottata per piazza Castello, ed è normale che le opinioni siano molte e discordi.
La Gran Madre ha subito danni in passato e molti ne hanno pure riportati le statue che si trovano davanti alla basilica, statue che con il volgere del tempo continuano a suscitare interesse in un pubblico che vorrebbe scorgere proprio in tali statue un significato misterioso e indecifrabile a cui di certo non aveva pensato Chelli l'artista che le firmò.
Ferdinando Bonsignore (Torino 1760 - 1849) divenne celebre come architetto reale, dal 1798, impegnato sopratutto nell'erigere la Grande Basilica oltre il Po, in posizione tanto prestigiosa quanto dominante rispetto alla piazza.
Il tempio fu detto subito "della Gran Madre di Dio", prodotto tra il 1818 e il 1831, costruito proprio per salutare l'esultanza del popolo torinese per il ritorno della monarchia sabauda.
Ci voleva qualche cosa di "assolutamente nuovo", anzi, di "maestoso", venne detto, e Bonsignore, respirando l'atmosfera neoclassica, si ispirò al Pantheon di Roma, costretto a superare enormi difficoltà, soprattutto sotto l'aspetto finanziario, ché i lavori dovettero essere sospesi e poi ripresi, con dolorose pause con il timore che la Gran Madre di Dio non pervenisse mai a compimento.
La grande scalinata, il monumento a Re Vittorio Emanuele I , avvolto nel manto di ermellino, opera di Giuseppe Gaggini, in uno scenario maestoso: ai lati della gradinata, due blocchi marmorei vogliono simboleggiare la religione e la fede. Opera del carrarese Carlo Chelli, le statue, con gli elementi di contorno, tra cui un calice levato verso l'alto e il triregno papale, hanno subito non soltanto l'usura del tempo - per cui i restauri per rimetterli in ordine sono stati frequenti - ma soprattutto l'assalto di coloro che - come dicevamo prima - volevano "interpretarle " , leggendone gesti e nei simboli un arcano significato esoterico che il Chelli di certo non meditava affatto.
In rigoroso stile neoclassico, la Gran Madre di Dio segna bruscamente potremmo dire, il passaggio dall'eleganza del Barocco all'essenzialità solenne del nuovo stile sopraggiunto sulle rive del Po.

 
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I turisti che, sempre più numerosi, hanno scoperto Torino, lieti di constatare come il tempo d'agosto fosse uggioso quanto quello di Parigi - mentre a Londra splendeva il sole - hanno preso contatto con la "panetteria" locale, soprattutto con il grissino, la cui nascita - è fin troppo noto - risale alla fine del 1600 quando, con un pane particolare, si cercò di nutrire il gracile Vittorio Amedeo II, pane legato alla memoria del dottor Pecchio, di Lanzo, e scaturito dalla mente geniale del panettiere Antonio Brunero.
I turisti s'incuriosiscono per i nomi che le rivendite di pane attribuiscono a Torino alle pagnotte, dovuti alla forma. La buona e ottima brioche per esempio, da divorare con il cappuccino, diventa quella cosa molliccia che a Roma chiamano "cornetto" e che gli impiegati ministeriali vanno a consumare al bar dell'angolo spezzando la mattinata burocratica. Un collega romano mi disse un giorno: "Ho mangiato due cornetti. Dommenica i racazzi ne hanno divorati cinque quando li hopportati avvedere il raduno degli Albini in piazza Castello".
La gherssa (da cui il nome il nome di grissino) corrisponde all'apertura delle braccia del panettiere (a Roma preferiscono chiamarlo fornaio) quando le allarga per dare al grissino la tipica forma allungata. Il pagnoton (il pagnottone), più grande di una normale pagnòta, va distinto dalla "micca", ossia dal micon di dimensioni maggiori, mentre il pane detto stirà è quello poco cotto. Scegliendo nello "scaffale" del panettiere, con la medesima cura che si riserverebbe a quello di un libraio, occorre distinguere fra il cussin (pane per crostini) e il pan da supa (il migliore per una zuppa come si deve), senza soffermarci sulla classica biòva, il biciolan, la micheta e la naveta e la paisanòta.
Alberto Viriglio si è soffermato sulla ricetta ideale del grissino che dice prodotto da quattro artigiani: lo stiror, il taior, il coureur, il gaver e ciascun nome ne caratterizza l'opera: lo stiratore, il tagliatore, il corritore, il cavatore. Il grissino - lo imparò a sue spese Napoleone che lo degustò a Torino - non può essere prodotto con il medesimo sapore in altre città, poiché è fatto con l'acqua e l'aria di Torino. L'Empereur cercò di farselo fare a Parigi, anche da fornai mandati a chiamare dal Piemonte, ma il risultato fu negativo e Bonaparte si dovette accontentare di grissini spediti con uno speciale corriere da Torino e avvolti in panni umidi perchè mantenessero la fragranza. Talmente gustosi che - si diceva - con un portamento poco regale Carlo Felice ne sgranocchiasse anche a teatro. Erano tempi in cui mai si sarebbe immaginato di vedere al Regio gente con in bocca la gomma da masticare.
Uno dei più rinomati panettieri di Torino apriva la propria bottega in via Palazzo di Città quasi sull'angolo con via Venti Settembre e si servivano da lui anche da Palazzo Reale, sembra su un lontano consiglio di Giovanni Vialardi, cuoco dei Savoia, il quale andò in pensione nel 1853, dopo trent'anni di servizio. Il suo ricettario, oltre a quanto offre ai buongustai, è anche ottimo documento per quanto concerne la storia del costume. Nel 1824 era già stato al servizio del principe Carlo Alberto, poi divenne aiutante di cucina della Real Casa con lo stipendio di 960 lire all'anno. Vialardi consigliava il grissino dopo il primo assaggio di antipasti, spesso avvolgendolo con una tenue coperta di " prosciutto cotto" e qualche ricciolo di burro. Torino passava allora - come "piccola Parigi" - per città di buongustai, anche per il cioccolato da versare caldo sui biscotti. Vialardi prediligeva comunque il grissino con cui "infilare piccole fettine di tartufo". Non stupisca il quantitativo enorme di tartufi che Vialardi prescriveva nelle sue ricette. A parte il costo, va tenuto conto che a Palazzo Reale i banchetti allestiti avevano non meno di quaranta ospiti.
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C'è l'uso, attuale, di scendere da casa con la pretesa di trovare subito il mercato, a volte il mercatino rionale, dove vendono un po' di tutto, in certi giorni della settimana o, anche, quotidianamente. Il rovescio della medaglia è che poi, la sera, i venditori se ne vanno e rimangono una quantità di rifiuti, un mare di cartacce, di residui che si preferirebbe non vedere. Gli abitanti del quartiere allora insorgono. Già i furgoni e i camioncini dei venditori sono un ostacolo, colmano le aree di parcheggio. E allora?
Per via Madama Cristina (nella piazza omonima) un mercato già celebre ha trovato sistemazione coperta - con relativo parcheggio - che sembrerebbe accontentare tutti. Alla "Crocetta" il mercato è fatto storico, tradizionale, ma i problemi risultano identici: liberare l'area dai rifiuti e trovare sistemazione per il parcheggio.
Come si faceva una volta? Già, una volta, ma la città, allora assai più piccola, si era data una propria suddivisione dei mercati e tutto pareva funzionare nel migliore dei modi.
Vediamola questa "distribuzione" delle merci tra i quartieri della vecchia Torino. Nel cortile del Palazzo Comunale (ossia in Municipio) vi era quella che si chiamava "Corte del Burro" proprio perché là si radunavano i formaggiai e coloro che dalle campagne portavano il burro fresco in città.
Gli ortaggi, le patate, tutto quanto veniva dal verde, trovava in Piazza delle Erbe - l'attuale piazza Palazzo di Città - la propria sede ideale e le contrattazioni si protraevano sino a sera, soprattutto per le sementi. Chi le offriva preferiva, prevedendo magari mal tempo, spostarsi verso i portici di via Palazzo di Città. Ancora oggi i turisti, seguendo le guide più antiche, percorrono questa strada soffermandosi fra le colonne dei portici dove ciascun mercante di semi aveva il proprio posto, abituale, a cui si era affezionato.
La paglia, la meliga, il fieno, si negoziavano in Piazza del Fieno (presso la spianata della Cittadella), mentre frutta e, nella stagione adatta, anche funghi, si potevano acquistare in Piazza d'Italia, a Borgo Dora.
Il grano aveva un posto di primaria importanza sulla destra di piazza San Carlo. Il traffico del mercato in quest'area così centrale di Torino è ben raffigurato in un dipinto di Giovanni Michele Graneri, che nel 1700 trasfuse nei colori il movimento di quella che è oggi "il salotto di Torino".
Per acquistare o vendere legne o carbone, lo scenario si spostava verso l'attuale piazza Solferino, detta appunto, allora, Piazza della Legna, oppure indicata con altri nomi pittoreschi, a seconda del prodotto, come Piazza del Fieno.
Piazza Paesana, denominazione dal vicino palazzo Paesana, legato a un lontano "giallo" torinese - il "mostro di via della Consolata" - vedeva offerti agnelli, capretti e pecore, mentre per il pesce fresco ci si doveva recare in Piazza d'Erbe (portico presso San Francesco da Paola). Pollame e selvaggina si trovavano invece in abbondanza in piazza San Giovanni, quasi tutti i giorni, e così pure le uova. Dovevano essere fresche, ché in caso contrario chi le vendeva si esponeva a seri rischi. "Punizione delle venditrici di uova marce" è intitolata la scena raffigurata da Giovanni Michele Graneri, datato 1740.
Per il vino era rinomata piazza Carlina - detta così dai torinesi anche se in realtà vuole ricordare Carlo Emanuele II. Vino offerto a botti, in damigiane e in bottiglie: uno dei mercati più affollati di Torino soprattutto per il gran numero di osti che ritenevano più conveniente recarsi ad acquistare il prodotto direttamente da coloro che lo producevano, con le vigne sparse per la collina.
Non vi furono per i mercati spostamenti di rilievo per parecchi anni, anche perché ogni trasloco sarebbe sembrato dannoso, tale da disorientare la clientela, come in effetti avvenne all'inizio di ottobre del 1859, quando il mercato della legna e del carbone, per motivi di traffici e per alcune riparazioni in atto, fu portato da piazza della Cittadella a Porta Susa, nell'area fra la piazza attualmente detta Statuto e le vie Alberto Nota e Allione. La clientela ne fu sconcertata e fioccarono le proteste.

 
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I commenti "stradali", simili ai discorsi "da bar" o "da barbiere", sono stranamente uguali, soprattutto quando si riferiscono alla meteorologia: "hai visto che razza di tempo? Mai vista un'estate così!" "Inutile andare al mare, anche ad Alassio pioveva sempre!"
Noia e ripetitività di commenti da parte di chi non ricorda come due, tre anni fa, fosse esattamente la stessa cosa, e poi c'è gente che si stupisce quando gli racconti quella volta che nevicò nel giorno di Pasqua. Nei discorsi banali del tempo, gli italiani battono gli inglesi, il che è tutto dire. Eppure le opere più o meno letterarie sul tempo di Torino non sono state poche.
Verso la fine dell'Ottocento, G. B. Rizzo lasciò quasi un trattato sull'argomento nel saggio: "Il clima di Torino". Era il 1893. Rizzo delineava una città salubre, con cielo di un azzurro ottimista: "... parecchie volte nell'anno Torino si trova in condizioni di godere una straordinaria mitezza di cielo, il che succede quando spira il vento di Ovest che scende asciutto dalle Alpi e venendo nella pianura si riscalda per la compressione che subisce: allora il cielo è limpido e la temperatura molto mite anche nel cuore dell'inverno".
Viriglio, fra gli autori che più si sono compiaciuti di dare un'immagine felice di Torino, ebbe un plauso per Rizzo stilando addirittura una tabella di confronto con il clima, la salute, la longevità degli abitanti di altre città italiane. Da notare, per curiosità, che nel 1893, quando uscì l'opera di Rizzo, Torino contava 334.189 abitanti. Sul finire dell'Ottocento apparve un "Almanacco" in cui ci si occupava abbondantemente del tempo e delle previsioni meteorologiche.
Viriglio lodava l'aria di Torino e concordava con Rizzo: "... alle cause comuni e generali di accrescimento della popolazione, cause che esistono nei principali centri di attrazione, alcune altre speciali cagioni si debbono aggiungere e forse esse si riscontrano nella confidenza, non smentita dal fatto, che a Torino meglio che altrove si raggiunga un maggior benessere e si viva una vita più serena, più comoda, meno agitata, e relativamente meno dispendiosa che altrove".
Viriglio traeva il convincimento che sotto i portici di Torino passeggiassero in pace i pensionati, i militari a riposo, che s'accontentavano di ammirare il lungo Po, di vedere arrivare e partire i treni da Porta Nuova e, magari, andavano ad assistere a un processo in Pretura o in Assise o fossero paghi di sostare su una panchina del Valentino. Una Torino scomparsa, portata via dal vento degli anni, da due guerre mondiali, da tutto il gran diavolo succeduto nel frattempo, e non soltanto a Torino, ovviamente.
Volata via in un soffio la città che per la vastità dei cantieri in opera appare oggi sottosopra, non soltanto nel centro cittadino.
Ma è d'obbligo, qui, ricordare Chionio, in materia di previsioni del tempo il personaggio senz'altro più popolare, più caratteristico, di una città che non c'è più. Nessuno gli ha mai dedicato una via, una lapide, e dire che fu, in un certo senso, popolare quanto Giovanni Virginio, che fece conoscere la patata ai Torinesi.
Chionio e Virginio avevano in comune l'intelligenza brillante, la mancanza di quattrini e l'essere entrambi finiti in miseria, disconosciuti e bistrattati, prima dai contemporanei ingrati, poi dai cosiddetti "posteri", che saremmo noi. Chionio amava Torino e si rivelò da sempre entusiasta del suo cielo. Lo scrutava, attento, e quindi sapeva dire, con buona approssimazione, il tempo che avrebbe fatto di lì a due o tre giorni. Grazie a Chionio, possiamo affermare che nacquero, in una certa forma primitiva, le previsioni del tempo in Italia, non solo a Torino.
Chionio faceva il calzolaio, ma badava poco alle scarpe dei clienti; preferiva dilettarsi di astronomia. l cielo costituiva per lui un'irresistibile attrazione. Dilapidò quel poco che aveva per stampare un fascicolo intitolato "Il tempo che farà" con le previsioni "secondo le più appurate osservazioni meteorologiche di L. Chionio, studente in meteorologia ed astronomia". Questo brav'uomo di calzolaio non venne capito, anche se si fece un certo nome; lo interrogavano sul tempo anche per strada o al caffè, quando non andavano addirittura a interpellarlo nella bottega, nella Torino vecchia, a due passi dal Municipio.
Nel 1725 un'altra pubblicazione, "La Sibilla Celeste", già aveva preannunciato ciò che riguardava il tempo, ma Chionio pareva offrire qualche cosa di più, dava a intendere di essere un competente dopo aver previsto, pare con tre giorni di anticipo, un'abbondante nevicata che paralizzò la città. Venduto a un soldo alla copia, il "bollettino" di Chionio cessò le pubblicazioni nel 1919. Il meteorologo vi aveva speso fino all'ultimo centesimo. Morì, dimenticato, nel 1930.
Viriglio, che abbiamo appena ricordato, riportò le credenze di un tempo: se si avvertiva più limpido il rintocco delle campane del Duomo, della chiesa dei San Tommaso e di San Massimo, voleva dire che la pioggia non sarebbe tardata. Nuvole a gruppi sulle Alpi preannunciavano il vento. Per la gente comune le previsioni si fondavano su antichi proverbi. Bastava un'occhiata alla collina: "Quand che Superga a l'ha 'l capel ò ch'a fa brut ò ch'a fa bel: quand che Superga l'ha nen dël tut ò ch'a fa bel ò ch'a fa brut" che possiamo tradurre "quando Superga ha il cappello (di nubi) o farà brutto o farà bello: quando Superga non lo ha del tutto o farà bello o farà brutto".
E in al caso il pronostico sarà infallibile. I proverbi e i modi di dire non hanno età, per cui possono scorrere di generazione in generazione, saltabeccando da un'epoca lontana ad oggi senza perdere di forza e di divertente significato.
Chionio prevedeva tutto e - si diceva - non sbagliava mai. Forse, con i suoi complicati calcoli, sarebbe riuscito a vedere bordate di pioggia anche per la stravagante estate del 2002, lasciate ormai alle spalle.

 
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Una robusta gru ha afferrato per le spalle l'ammiraglio e l'ha sollevato per una ventina di metri. Il sottile monumento, bianco, simile a una stele, pareva volare su quel disastro di materiali, di aiuole buttare all'aria, di pietre. I lavori per il riassetto - se vogliamo definirlo così - di Porta Nuova hanno reso indispensabile il trasloco dell'ammiraglio, Luigi Balbo Bertone di Sambuy che da anni guardava i bambini, i barboni, la gente sulle panchine di Porta Nuova. Dove intendevano portarlo? La risposta si ebbe in breve tempo: a pochi metri di distanza, in un'aiuola più centrale, nella stessa area verde di piazza Carlo Felice. I torinesi non si rendono conto che anche i monumenti... si spostano, traslocano, per le cause più varie.
Sambuy a Torino fu molto polare, amministratore provvido e rigoroso della città dal 4 dicembre 1926 al 12 settembre 1928. Pieno di iniziative, si meritò quella espressione piemontese che può tradursi: "Ma chi ha fatto tante cose così? Il sindaco Sambuy".
Ci fu stupore anche per Vincenzo Vela il cui monumento - lo scultore è raffigurato mentre esegue il blocco con Napoleone seduto - si trattava davanti alla Palazzina della Galleria d'Arte Moderna, in corso Galileo Ferraris. L'edificio, semidistrutto dalle bombe della seconda guerra mondiale, fu poi sostituito dalla nuova galleria d'Arte Moderna e il monumento a Vela, con un pesante autocarro, venne portato al fondo di corso Stati Uniti, dov'è ancora oggi, in un punto trafficato ma poco nobile. Chi vi passa, quel monumento quasi non lo vede, nonostante le sue dimensioni. Curioso che non si capisca bene, a prima vista, chi sia il commemorato, Vincenzo Vela o Napoleone?
E' noto come Massimo D'Azeglio avesse il proprio monumento proprio davanti alla stazione di Porta Nuova, verso il medesimo giardino dove hanno spostato il busto di Sambuy. Per motivi di viabilità il monumento venne spostato in corso Vittorio Emanuele sull'angolo con corso Massimo D'Azeglio, cosicché ha per sfondo lo scenario verde Valentino.
Quelli citati sono appena pochi esempi. I molti lavori in corso Torino renderanno forse necessari altri spostamenti. Ua vera e propria "giostra" si ebbe in piazza Castello, intorno a Palazzo Madama. Poche date da considerare ma piuttosto curiose. Il 17 maggio 1903 venne inaugurato il monumento a Galileo Ferraris, sul lato del castello verso via Accademia delle Scienze. Il 20 maggio 1923 si ebbe lo scoprimento del monumento al Cavaliere d'Italia, collocato a due passi dal Castello, proprio davanti all'imbocco per via Po. Nel 1927 il monumento a Galileo Ferraris venne rimosso e portato nella sua sede attuale, in corso Galileo Ferraris angolo corso Montevecchio. Nell'autunno 1936 il monumento al Cavaliere d'Italia fu spostato e piazzato nel punto esatto in cui si trovava quello di Galileo Ferraris. Si faceva così libero il lato dietro Palazzo Madama verso via Po, proprio l'ideale per collocarvi il grande blocco in onore del duca di Aosta, inaugurato il 4 luglio 1937 con una solenne cerimonia a cui presenziarono il re Vittorio Emanuele III e la regina Elena.
Si tratta di monumenti che, nel corso dell'ultima guerra, vennero protetti con sacchetti di sabbia e incastellati con enormi cassoni di legno, che in molti casi furono distrutti dalle bombe o incendiati dagli spezzoni come accadde al blocco equestre di Emanuele Filiberto, in piazza San Carlo. Per fortuna, il duca sabaudo, pur riportando guasti - ebbe la spada spezzata e il basamento danneggiato - nel terribile bombardamento del 9 agosto 1943, nel complesso se la cavò e un restauro portò il monumento alla sua bellezza originale. Particolare curioso: L'opera è di Carlo Marochetti ed è molto simile al monumento equestre che lo stesso artista produsse a Londra in onore di Riccardo Cuor di Leone. Zampa del cavallo alzata, atteggiamento fiero, una sola differenza: Emanuele Filiberto sta riponendo la spada nel fodero, mentre Riccardo la tiene bene innalzata. Durante un bombardamento su Londra, Riccardo ebbe la spada incrinata e qualche "graffio". Ci volle un ottimo restauro per rimettere ogni cosa a posto. Due valorosi personaggi, due spade, un destino comune. Curiosa, in varie città - tra cui Torino - l'aneddotica sui documenti.

 
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Il film di Benigni che giunge nelle sale cinematografiche, riproponendo il personaggio di Pinocchio, porta alla mente il successo, né immediato né strepitoso, che accompagnò sul finire dell'Ottocento, "Le avventure di Pinocchio", scritto da Carlo Lorenzini, più noto come Collodi, dal paese della madre. Già nel 1931 un'inserzione apparsa in un quotidiano torinese informava che un collezionista andava in cerca di "qualsiasi materiale attinente al personaggio" e parlava di Pinocchio, segno evidente che il burattino aveva avuto più successo di precedenti personaggi di Collodi, come "Giannettino" (1876) e "Minuzzolo" (1877). Ma questi due personaggi possono intendersi come "preparativi" di ciò che Collodi aveva in mente e che si realizzò con Pinocchio.
A Torino ci vollero otto anni perché Pinocchio comparisse in scena come burattino vero e proprio, associato, nei teatrini stradali, con marionette, a Gianduia, Pulcinella e Balanzone. Nel 1908 Pinocchio sbarcava già in Russia, a ben guardare la saggistica letteraria che lo riguarda. In quel paese, ancora lontano dalla rivoluzione bolscevica, si ebbero tre edizioni, una a Mosca, di K. Danini, un'altra a Pietroburgo, di N. K. Negovskaja, e, la terza, a Kiev. Ne arrivò poi una quarta, quattro anni dopo, e solo nel 1924 giunse l'edizione curata da Aleksey N. Tolstoi, ma pubblicata però a Berlino. Pinocchio aveva già avuto un ottimo successo in altri paesi europei, mentre edizioni nei vari dialetti italiani si facevano più numerose, anche per lo sfruttamento del burattino da parte di propaganda politica. Si pensi a "Il viaggio di Pinocchio", opera diffusa ai tempi della repubblica fascista di Salò.
Torino scoprì Pinocchio assai presto, quando la saggistica che lo riguardava stava assumendo proporzioni inizialmente imprevedibili. Non va dimenticata la traduzione dell'opera di Collodi in esperanto  - "Pinokjo" - che nel 1930 ottenne a Londra un buon successo, mentre Pinocchio sbarcava negli Stati Uniti e già si intravedeva l'affermazione che avrebbe avuto in Cina con le sue avventure, presentate con il titolo "Mu Ou Qi Yu Ji".
Ora, sul burattino, si cimentano, nella rinnovata versione di Benigni, più artisti presentati a Torino da Sergio Martinatto per le edizioni Antonio Attini, con due cofanetti (10 euro caduno) intitolati "Dodici illustratori per Pinocchio". Nel primo cofanetto  (prefazione di Pompeo Vagliani) il burattino è raffigurato da Alessandri, Amerigo Carella, gaudenzi, Giansa, Giò Martin, Giuseppe Attini, Iassen Ghiuselev, Joseph Viglioglia, Lucia Carella, Molinari, Palma e Pier Torchio. Il secondo cofanetto (prefazione di Antonio Niredi), Pinocchio è interpretato da artisti come Piero Alligo, Bostik, Franco Bruna, Sandro Castagnone, Vannetta Cavallotti, Pierangelo Devecchi, Gambino, Titti Garelli, Davide GReco, Liliana Lanzardo, Musio e Rossano Stefanin. Per i collezionisti si tratta di un appuntamento "ghiotto" , considerando anche la tiratura limitata: appena 1200 copie numerate. Un Pinocchio edito a Torino e da non perdere.

 
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Un menestrello a Porta Palazzo, Davide Riccio o, secondo alcuni saggisti, Ricci o Rizzio. Un'esistenza aventurosa, rilevante, anche se Winston Churchill, nella sua storia dell'Inghilterra, non gli dedica che tre righe. Su questa figura, che la leggenda vela, gli scritti
non sono mancati: un menestrello che conosceva bene il piemontese, parlava italiano, il francese, l'inglese, forse anche lo spagnolo.
Nell'Almanacco piemontese di vita e cultura per l'anno 1993, Giovanna Spagarino gli dedicò un saggio, annotando come Rizzio fosse venuto al mondo "intorno al 1500" ma a Torino. Altri lo vogliono, invece, nato in quel di Pancalieri, altri ancora a Moncalieri. Rizzio conobbe la Corte di Emanuele Filiberto a Nizza, e di là si mosse con il conte Solaro di Moretta, ambasciatore sabaudo presso la Corte di Scozia. Così si spiega la destinazione del menestrello che, con la propria intelligenza e con la voce - oltre che suonatore sembra fosse eccellente cantore - affascinò la regina Maria Stuarda, di cui divenne segretario, confidente, forse amante. Le invidie gli fiorirono intorno assai presto, al punto che alcuni cortigiani pensarono di sbarazzarsi di lui e per liquidarlo ordirono una congiura. Rizzio cadde nel castello di Holyroodhouse, pugnalato sotto gli occhi di Maria Stuarda, nel 1566. L'uccisione è rievocata nel castello con una placca metallica inserita nel pavimento della sala in cui Rizzio fu pugnalato a morte.
La storia del menestrello ha però un curioso risvolto, e gli viene dedicato un buon posto da Joan Forman nel suo volume intitolato Haunted Royal Homes, con la storia delle residenze reali britanniche popolate da fantasmi. Lo spettro di Rizzio, infatti, sarebbe stato avvistato, e non una sola volta, nelle sale del castello di Holyroodhouse. Ma non è tutto. Quand'era a Torino e a Porta Palazzo suonava con entusiasmo, inventando motivi sempre nuovi, Rizzio compose una canzone, velata di malinconia, che portò con sé in Scozia affascinando i cortigiani. Quel motivo divenne popolare e si spiega perché continui e si spiega perché continui ad esserlo fino ai giorni nostri. Dalle isole britanniche quel motivo tornò a Torino e non sarebbe altro che Il valzer delle candele. Il nome di Rizzio, dunque, legato a Porta Palazzo, ad uno dei suoi angoli più caratteristici, a una musica che suggestiona e che ogni volta appare struggente.
Di Rizzio alcuni artisti hanno cercato di tramandarci un'immagine, ed eccolo con il suo strumento musicale, sguardo vivido, forse fiero. Pittori e incisori ci hanno pure tramandato una ricostruzione dell'agguato teso a Rizzio, colpito a morte dai congiurati, invidiosi di lui e del posto che aveva saputo conquistarsi all'ombra del trono. Una carriera cominciata quando Roulet, segretario francese per gli affari della regina, aveva preso congedo, desideroso di tornare in patria e, forse, timoroso delle invidie che sentiva montare intorno a lui. Partito il Routet, Maria Stuarda aveva subito posato gli occhi su Rizzio, convinta di fare una buona scelta, non immaginando l'incombente tragedia in un momento in cui gli intrighi a Holyroodhouse si andavano infittendo. La sovrana non s'immaginava di essere al centro di una ragnatela, tra cortigiani di cui non poteva di certo fidarsi. E' raffigurata, in alcune tele, mentre si protende per proteggere Rizzio a costo di essere colpita dalle spade. Curioso anche sfogliare il libro delle spese di Maria Stuarda, che regnò dal 1542 al 1567. Alle pagine che si riferiscono al 1562 - esattamente all'8 giugno di quell'anno - è scritto:" ... ad Anthony Geddes per la custodia dei cani di Sua Maestà., 240 scellini ... item a David Riccio, valletto di camera di Sua Maestà." In data 19 novembre 1564 una annotazione rivela per Riccio una paga di 1300 scellini, ma non è indicato il periodo di servizio per ci la somma venne corrisposta.
Rizzio - comunque si voglia indicarne il cognome - si prospetta come personaggio di notevole interesse, anche se rimane celato fra le quinte di una storia ingiustamente definita "minore", e dire che le opere che parlano di lui non possono dirsi poche.

 
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La formula per produrre quello autentico è segreta, destinata forse a rimanere tale: il Bicerin, bevanda unica nel suo genere; si sta assistendo al suo rilancio nel quadro di una Torino che vive i tempi nuovi e non ama sentirsi ripetere la parola "crisi".
L'angolo, appena svoltato sulla destra da via della Consolata, è rimasto quasi intatto negli anni, il volgere delle generazioni, le distruzioni della seconda guerra mondiale. Uscendo dal tempio della Consolata, lo storico locale - fondato nell'anno 1763 - è punto d'incontro accattivante per coloro che vagano in cerca di memorie cittadine, ma anche per i giovani che di memorie da rivivere sembrano non averne affatto.
Il bar è soprattutto caffetteria, salotto, denominato da sempre "Al Bicerin", proprio perché legato alla bevanda inimitabile che fu gradita a personaggi celebri di casa nostra e che entusiassmò Alessandro Dumas: "Fra le belle e buone cose scoperte a Torino, non dimenticherò Le Bicerin, che viene offerto a un prezzo relativamente basso."
Dumas lo evidenziava in una lettera a Robert L. De Raude, del 1852. Il santuario della COnsolata, al termine delle funzioni religiose, vede il flusso dei fedeli verso la piazzetta e sono molti quelli che si riversano nel piccolo locale della caffetteria, facile a riempirsi in pochi minuti.
Alla domenica, in particolare, a costo di gomitate, riesce difficile aprirsi un varco verso i rotondi tavolini di marmo del locale, illuminati da lampade stile metà Ottocento.
La formula della bevanda - ovviamente la più richiesta - rimane, dicevano, segreta, difesa ancora di più di quella della Coca Cola. Si sa che i tre ingredienti principali erano, in origine, serviti separatamente per tre soldi, equivalenti a 15 centesimi di lira. Consentite tre varianti: pur e fiur, qualche cosa di simile a ciò che oggi chiameremmo Cappuccino; pur e barba, ossia caffè e cioccolata. Terza possibilità: 'n poc 'd tut - un po' di tutto, con gli ingredienti ben mescolati.
Il Bicerin nacque come bevanda tipica torinese, intorno al 1840, a prendere il posto della Bavareisa, la bevanda fatta di latte, caffè e cioccolato, il tutto dolcificato con sciroppo. Ma dov'è, allora, il segreto? Se lo sono domandato in molti, soprattutto coloro - numerosi - che hanno cercato nel tempo di imitare una bevanda che imitabile non è. Il segreto pare nascondersi nella stissa, ossia nella "goccia", che conferisce all'insieme un sapore inconfondibile.
All'inizio del terzo millennio, mentre Torino cambia, stravolta dai lavori che ne paralizzano il traffico, già nella prospettiva delle Olimpiadi del 2006, molti turisti scoprono con meraviglia il Bicerin, attratti anche dal sentirsi raccontare come questo aperitivo-digestivo piacesse molto al conte di Cavour, il che, certamente, lo nobilita.
La pasticceria di contorno, per meglio apprezzare la bevanda, offre Biciulan, Brioss, Turcet, Patisien, pittoresche definizioni di dolcezze che si sono fatte conoscere con il Piemonte e con le sue vicende storiche.
L'orologio di "Al Bicerin" pare fermo, bloccate le lancette a un tempo immemorabile. Torino visse il Risorgimento, l'Italia nacque, Cavour scomparve e i torinesi continuarono - e continuano - ad assaporare il Bicerin, che sta conquistando l'Europa, come fecero un tempo i grissini, che piacquero tanto a Napoleone, pur considerando il fatto che il Bicerin autentico e più vero è degustabile solo a Torino.
Da rilevare, fra gli elementi di successo del Bicerin, l'accoglienza cordiale del locale, con le titolari che si moltiplicano nell'affrontare l'affollamento, nell'appagare le richieste dei più, quasi tutte orientate sul Bicerin. Un servizio accompagnato da un sorriso che, tradotto in parole, è l'essenza di un "benvenuto a Torino".
 
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L'avevamo noi, originario del Piemonte, e quasi non lo sapevamo, anche se passeggiò per le strade di Torino, considerato un personaggio soprattutto folcloristico. I Ceceni, dopo l'episodio terroristico di Mosca, fanno parlare di sé e se ne è tentata una storia, sin da quando ambirono a essere Stato nazionale, indipendente. Una storia, la loro, che risale assai addietro nel tempo.
Nel 1785 comparve, sulle cime del Caucaso, un esercito piuttosto composito, guidato da uno sceicco che aveva "lanciato" la Jihad ed assunse il nome del fondatore di Bagdad, il personaggio del lontano 764: Al Mansur, ossia il Vittorioso. Costui era un pastore ceceno. Non si prospettava, comunque, come un barbaro, ma simile a un capopopolo che potremmo dire illuminato, colto, predisposto a fare da battistrada alla sua gente, se ne avesse avuto la forza e l'occasione politica. Ne parlò un volumetto prezioso e fitto di notizie, stampato qualche anno fa da Sellerio.
In breve tempo corse la voce che "questo Osama Bin Laden del diciottesimo secolo" - come ebbe a definirlo l'ex ambasciatore Sergio Romano in un suo limpido articolo - fosse in realtà l'ex frate, domenicano piemontese, Giovanni Battista Boetti, missionario in Mesopotamia, trasformatosi per le sue molteplici esperienze in profeta alla Festa di un Islam che intendeva opporsi militarmente - con i mezzi di cui riusciva a disporre- all'invasione della Russia e alla sua potenza bellica.
Di Boetti e della sua presenza a Torino e in Piemonte parla una interessante biografia di Isabella e Franco Focherini, data alle stampe nel 2001 da "Datanews". Il piemontese Boetti-Al Mansur combatté contro i russi per circa sei anni in una lotta che ebbe fine nel 1791 quando i russi, ormai vincitori nei confronti dei turchi, riuscirono a catturare lo sceicco piemontese. Caterina di Russia, colpita da ciò che si raccontava di lui e del suo coraggio in battaglia, accettò di vederlo e non può dirsi che lo trattò come un prigioniero qualsiasi.
Giovanni Battista Boetti venne mandato in un convento ortodosso situato nelle isole Solovki, sul mar Nero, proprio la località in cui Lenin, dopo la Rivoluzione d'Ottobre, avrebbe creato il suo primo "gulag" per sbarazzarsi degli oppositori, preludio delle "purghe" poi attuate da Stalin.
Boetti, piemontese (da qualche fonte definito semplicemente ceceno), venne considerato alla stregua di un Robin Hood del Caucaso. Ne è riprova il fatto che nel 1991 - quando la Cecenia ebbe modo di proclamare la propria indipendenza, mentre si andava sgretolando l'impero sovietico- la piazza dedicata a Lenin, nel centro della capitale cecena Grozny, venne ribattezzata con il nome di piazza Al Mansur. Per le Oemme Edizioni, la biografia non nasconde nulla di questo 007 ceceno, con il titolo "Giovanni Battista Boetti, 1743-1794, che sotto il nome di profeta Mansur conquistò l'Armenia, il Kurdistan, la Georgia e la Circassia e vi regnò sei anni quale sovrano assoluto". Quattro i saggisti che si cimentarono nel compito di ricostruire la vita di Boetti: Alexandre Bennigsen, Tarik Kutlu, Heramn Vahramian e l'italiano Augusto Zuliani. Filo conduttore dell'opera la "relazione" - scritta in cattivo francese su carta d'epoca a Costantinopoli da un contemporaneo di Boetti- conservata all'Archivio di Stato di Torino.
Appare avventurosa l'esistenza di questo personaggio che indossò la veste di novizio domenicano quando aveva vent'anni, il 25 luglio 1763. Il padre, Spirito Bartolomeo Boetti, era notaio. La madre, Margherita Montalto, morì al suo quindicesimo parto per i maltrattamenti del marito. Il giovane Giovanni Battista aveva appena sette anni quando il padre lo mise in un convitto a Casale dove rimase, tranne brevi parentesi, fino ai diciotto anni. Prima di prendere i voti, Boetti ebbe modo di raggiungere la Boemia e là ebbe una relazione con una ricca vedova, il che gli fruttò non poco. Arrivò quindi a Strasburgo, poi tornò in Italia e fu derubato da un domestico. La vita di questo religioso-guerriero, cristiano ma pronto a votarsi alla causa islamica, continua a essere un enigma. Le storie lo raccontano "vestito di abiti bizzarri per le vie di Torino". Era nato a Piazzano, nel Monferrato, nel 1743. Un eroe per la Cecenia, al punto da preferirlo a Lenin nel dedicargli una piazza.
 
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Già il titolo - "Assassinio nella cattedrale" - richiama l'opera ben nota di Thomas S. Eliot, offerta, quasi come effetto storico e letterario specchiato, ai sempre più numerosi visitatori che a Torino compiono una visita nel Duomo, la Cattedrale dedicata a San Giovanni Battista, di fatto l'unico monumento che in città richiami il periodo rinascimentale. Rimangono ammirati davanti all'effetto luminoso che propone, in dimensione naturale, la Santa Sindone, come fosse quella autentica ben conservata nella sua attuale lipsana. Il Lino risplende nella teca e mostra i segni dell'Uomo della Sindone, documentandone la Passione. Ci si sofferma, quindi, davanti alle spoglie di Pier Giorgio Frassati - e ne viene rievocata per il visitatore la sua missione di carità in Torino - e poi dinnanzi la tomba murale di Ursicino, tra i primi vescovi che si succeddettero sulla cattedra di San Massimo. Il Duomo, quindi, come punto di riferimento per coloro che visitano la città e che ne colgono la prospettiva fra le mura romane, le Torri Palatine, i resti dell'Anfiteatro e il Palazzo Reale, restaurato, con la cupola del Guarini, dopo l'incendio del 1997.
IL Duomo, dunque, come scenario di un duplice misterioso delitto, ed ecco perchè il richiamo ad Elliot si fa più forte, al punto da lasciare i turisti stupefatti. Occorre infatti illuminare i visitatori sul periodo longobardo quando, alla morte di Rodoaldo, figlio di Rotari, Ariperto riuscì a conquistarsi il trono. Ariperto, va detto per chiarire la complessa sciarada storica longobarda, era figlio di Gundoaldo, duca di Asti, fratello di Teodolinda, bavarese. Ad Ariperto succedettero i figli Pertarito e Godeperto. Nella saga longobarda a Torino i personaggi avventurosi non mancarono di certo. Scoppiò un forte contrasto dinastico e Garipaldo, come duce di Torino, ebbe l'intuizione di inserirsi nella disputa parteggiando per Godeperto, almeno in apparenza, e trascinò in questa sua scelta il duca di Benevento, Grimoaldo, il quale, giunto a Pavia, trucidò Godeperto mentre Pertarito cercò scampo nella fuga. Garipaldo si trovò arbitro della situazione, certo di averer operato con acuta strategia per eliminare gli avversari.
Nel giorno di Pasqua di un anno che gli storici non si azzardano a precisare, ma si calcoli che nel 636 ad Arioaldo era succeduto Rotari, duca di Brescia, e quell'anno può servire da riferimento per chi voglia cimentarsi nei calcoli, sia pure approssimativi, dato il groviglio del periodo che stiamo esaminando. Garipaldo, dunque, si recò in San Giovanni per assistere alla messa ma venne colpito a morte da un attentatore, un congiunto di Godeperto, che voleva vendicare la fine del suo principe. Il sicario si era arrampicato sul battistero, aggrappato ad una piccola colonna del tempietto, e piombò verso il basso trafiggendo Garipaldo che rimase insanguinato sul pavimento della Chiesa.
Gli armati che vegliavano su Garipaldo esitarono un attimo davanti alla scena, prima di uccidere l'attentatore, che rimase a terra, accanto alla sua vittima. Duplice assassinio, dunque, sotto la volta della chiesa.
Duca di Torino divenne allora Ragimberto, figlio di Godeperto, già carico di odio, pronto a rivendicare per sé tutto il potere, eliminando l'avversario, re Cuniperto, figlio di Pertarito. La saga longobarda a Torino non aveva ancora cessato di produrre sangue, in una storia infinita di vendette.
Curiosa la leggenda secondo cui una "strega", condannata a morte ed "abbruciata viva " presso le Torri Palatine, avesse predetto la tragedia nel duomo, avvertendo che sarebbe stato "bagnato di sangue in uno stesso giorno", quasi in un medesimo momento, come in effetti avvenne. La storia ha di questi inafferrabili intuizioni.
 
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Da lungo tempo i gioielli appartenuti a Casa Savoia non sono stati mostrati al pubblico e, soprattutto, non vengono fotografati. Tornano nella vetrina dell'attualità mentre i Savoia possono ormai rientrare in Italia ed è comprensibile che la loro storia accenda l'interesse della gente. Globalmente, possono essere calcolati, come valore, ad alcuni miliardi, diciamo fra i venti e i trenta, calcolando che molte montature dei preziosi sono oggi superate ed occorrerebbe un adeguato e delicato restauro.
Un tesoro che, praticamente, nessuno ha più visto, almeno in modo "ufficiale", dalle cinque del pomeriggio (le diciassette) del 5 giugno 1946. Ce ne parlò, con l'abituale discrezione, il marchese Falcone Lucifero, ministro della Real Casa e rappresentante per anni di Umberto II di Savoia in Italia, socialista romantico ma fedele servitore dell'ultimo sovrano d'Italia. Il 19 settembre 1943, il comandante dei corazzieri di Sua Maestà il Re, il colonnello barone Ernesto De Sanctis, si trovò ad occuparsi dei gioielli dopo che i Reali, il maresciallo Badoglio ed esponenti del Governo, si erano trasferiti da Roma per evitare una cattura da parte dei nazisti e - a quanto sembra - per fare sì che fossero poi ottemperate le clausole dell'armistizio stipulato con gli alleati. L'Italia diventava cobelligerante degli anglo-americani. C'era perciò da aspettarsi che i tedeschi, occupata Roma, si preparassero a fare razzia anche dei cosiddetti "gioielli della Corona", ed occorreva quindi provvedere a sistemarli al sicuro. Depositati in un primo tempo alla banca d'Italia, erano troppo "raggiungibili": così si agì tempestivamente. Vennero perciò prelevati. Si trattava di nasconderli in un luogo sicuro, in attesa degli eventi. Le "gioie" erano chiuse in uno scrigno sigillato di 19 centimetri per 31, alto all'incirca venti. Il tutto venne quindi passato nelle mani del direttore generale della Real Casa. Re Vittorio Emanuele III aveva desiderato "restituire i gioielli della Corona". Volle avere - e la cosa sembrò ineccepibile, dato anche il carattere scrupoloso del sovrano - una regolare ricevuta. Il sovrano sentiva avanzarsi tempi pessimi e non voleva ovviamente essere accusato di avere abbandonato Roma portando con sé i gioielli della Corona, coasa che per altro gli fu gettata addosso dalla propaganda tedesca e da quella fascista della Repubblica Sociale di Salò. Il re voleva andarsene a mani vuote. Avrebbe regalato all'Italia - al momento della partenza per l'esilio, verso l'Egitto - anche la preziosissima collezione numismatica, il famoso Corpus, donato da Vittorio Emanuele allo stato italiano.
Va ricordato che, di norma, il cosiddetto tesoro della Corona era stato custodito nella cassaforte numero 3 del Palazzo del Quirinale. Se c'era la necessità di prelevare qualche bracciale o un diadema perché la regina doveva presenziare a una cerimonia o a un ricevimento, il "pezzo" veniva tolto dalla cassaforte, portato alla reggia e una ricevuta allora era firmata di pugno da Vittorio Emanuele.
La storia dei gioielli reali è complessa e un alto funzionario del Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica l'ha scritta, di recente, in un "Quaderno di documentazione", che rimane come oggettiva testimonianza di come andarono i fatti, giorno per giorno.
I tedeschi occupanti volevano "tutto" e quel tutto comprendeva anche i gioielli della Corona. La prima idea fu di affidare i gioielli alla Banca d'Italia in una cassetta di sicurezza che - secondo il consiglio del governatore Vincenzo Azzolini - per confondere le ricerche dei nazisti, non era nella sede di via Nazionale ma in quella decentrata di piazza del Parlamento, intestata al doppio nome del ragioniere-capo Livio Annesi e del tesoriere, Carlo Alberto Lasi.
Il 20 settembre, il governatore si trovò costretto a passare ai tedeschi tutto l'ammontare (il tesoro) che possedeva - due miliardi d'oro e un miliardo di divise pregiate - e fu evidente che i nazisti, prima o poi, avrebbero scoperto anche la cassetta con i gioielli della Corona. Fu allora che avvenne il seppellimento dei preziosi, nella Lungamanica, non lontano dalla carbonaia, in un cunicolo stretto e buio, con calcinacci e pietre per celarlo. Si era a brevissima distanza, dunque, dal Quirinale.
Quando i tedeschi si fecero aprire la cassaforte numero 3, la trovarono vuota. Fu allora che la propaganda nazista, ma soprattutto quella repubblichina fascista, accusò il re di "essere fuggito rubando i gioielli della Corona", gioielli ben nascosti, invece, nella stessa Roma occupata.§
Arresti, lunghi interrogatori (come li sapeva fare la Gestapo) non condussero a nulla. "Tesoro sparito", veniva comunicato a Berlino e i funzionari del Reich sbavavano di rabbia. Il "piccolo re" li aveva giocati. Per confortarsi, i tedeschi saccheggiarono il Quirinale, portandosi via vasellame, oggetti preziosi, riempiendo camion di vini e liquori. Tredici autocarri di mobilio raro, biancheria e tappeti puntarono verso la Germania, ma i gioielli della corona non li trovarono.
Il 6 giugno 1944, due giorni dopo l'arrivo degli anglo-americana Roma, il principe ereditario Umberto, divenuto Luogotenente del Regno, dovette anche occuparsi, fra i molti guai che gli toccarono in quel periodo, dei gioielli reali, che poterono fare ritorno, per l'ultima volta, nella cassaforte numero 3 del Ministero della Real Casa.
Due anni dopo , il 5 giugno 1946, alle ore 17, il marchese Falcone Lucifero, per incarico di Umberto II, si recò nella sede della Banca d'Italia per lasciare in custodia della cassa centrale "a disposizione di chi di diritto" gli oggetti preziosi che rappresentavano le gioie di dotazione della Corona del Regno d'Italia", con una minuziosa descrizione inventariale di ciascun pezzo. Il ministero della Real Casa venne poi soppresso, Umberto partì per l'esilio. Che la consegna dei gioielli alla Banca d'Italia fosse stata effettuata con tutti i termini della legalità venne confermata da una lettera di Luigi Einaudi in cui attestava di avere ricevuto il tesoro da Falcone Lucifero per incarico di Umberto II.
Da allora i gioielli sono là. Qualcuno - anche a Torino - ha di recente espresso il desiderio di vederli esposti in qualche rassegna di alto prestigio. C'è - e lo abbiamo sotto gli occhi - un "Verbale di deposito" con la citazione, pezzo per pezzo, di tutto il tesoro con una buona descrizione. A chi appartengono ora questi gioielli? Rimane l'intenzione di re Vittorio Emanuele III quando li mise in salvo, e la medesima intenzione espressa da Umberto II. Appartengono all'Italia.


 
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Il cielo è difficile immaginarlo, anche descriverlo: di un arancio rosso, fiammeggiante, con vampe di un viola intenso. Il fumo oscurava la pallida luna. Il crepitìo delle case avvolte dal fuoco, indimenticabile. Salvate le tubature dell'acqua, i pur valorosi vigili del fuoco esprimevano tutta la loro disperazione. Una rovina totale, gente che urlava, piangeva, si trascinava fra le macerie sperando di salvare ancora qualche cosa.
Pareva che la furia di quel bombardamento - iniziato alle 21.10 del 20 novembre 1942, giusto sessant'anni fa - si fosse scatenata soprattutto nella zona che circonda la vecchia stazione di Porta Susa. I bombardieri, allora nemici, ossia inglesi, scaricarono su Torino, tonnellate di bombe in un attacco che fu il primo e il più micidiale che Torino avesse mai subito sino ad allora.
Ho raccontato la drammaticità di quel momento, e delle notti che seguirono con altre incursioni aeree, nel volume "se c'era la luna", edito da Fògola nel 1993 e corredato da fotografie scattate da mio padre, appassionato dall'obbiettivo. Perché quel titolo? Perché, se c'era la luna, era più facile, nelle notti limpide, rischiarate dalla luna, per i bombardieri, appena superate le Alpi, individuare i punti nevralgici da colpire. Torino dall'alto, come molti hanno potuto constatare, si presenta vasta, in una ordinata distesa di quartieri, ben visibili i suoi monumenti essenziali, la Mole Antonelliana, la Cupola del Guarini, il Palazzo Reale. La basilica di Superga costituisce poi, insieme al faro-monumento della Maddalena, un buon punto di orientamento per chi osserva la città dall'alto. Difficile parlare di bombardamenti "terroristici" o indiscriminati proprio perché i monumenti che abbiamo citato uscirono quasi indenni dall'uragano di fuoco. In caso contrario, è evidente che sarebbero stati i primi a venire colpiti.
La difesa antiaerea della città, va rilevato, si dimostrò abbastanza debole. Sia l'artiglieria, sia le postazioni di mitragliatrici, sistemate sulle alture collinari o su alti edifici della città, non costituivano una barriera per i bombardieri nemici. Ciò spiega perché, in molti casi, gli aerei sganciassero le bombe a casaccio, magari in aperta campagna, per liberarsi del carico e potere così prepararsi al ritorno alla base.
L'Unpa - Unione Nazionale Protezione Antiaerea - era costituita per lo più da anziani, da personale rimasto in città, perché riformato dall'esercito, un ente che non ebbe modo di dimostrare la propria efficienza, la stessa che pareva essersi rivelata nelle molte prove antiaeree, quando la guerra non era ancora cominciata.
Il ricordo di sessant'anni fa - e questo fu il motivo essenziale del libro, al di là della testimonianza autobiografica - non può svanire, per tutto ciò che rappresentò a una generazione che allora sbocciava alla vita. La narrazione va mantenuta e proseguita per le generazioni di oggi, per coloro che talvolta vengono accompagnati a visitare alcuni dei maggiori rifugi pubblici in differenti punti della città. Questi grandi rifugi o "ricoveri" erano destinati a chi veniva sorpreso dal suono delle sirene - lugubre quanto mai - che annunciavano l'arrivo dei bombardieri. Tutte le case avevano un proprio rifugio: era semplicemente la cantina dello stabile, con una o due pale e picozze - in caso di necessità - secchielli colmi di sabbia e d'acqua. Tutto inadeguato, come si vide, quando si dovette affrontare il peggio. Se, passando per Torino, a fianco di certi portoni vi accade di scorgere, ancora ben visibile una grande R bianca, sappiate che indicava la presenza del rifugio. se si perde la memoria del passato, difficilmente si ha la forza di guardare all'avvenire.


 
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Il fiume come attrazione. Succede nelle grandi metropoli nate, appunto, lungo un rilevante corso d'acqua. Parigi sulla Senna, Londra sul Tamigi, Roma sul Tevere. Torino trasse origine e forza dal contatto primario con il Po, così avvolto dalla leggenda fin da quando Fetonte vi precipitò dentro con il suo "favoloso Carro del Sole".
Piace constatare come il fiume continui ad attrarre, sia punto d'obbligo per i turisti che lo scoprono, con le sue rive, suggestive tanto di giorno quanto di notte, e l'itinerario fluviale sul battello affascina chi giunge a Torino, magari per la prima volta, e scopre l'incanto di un percorso che non ha nulla da invidiare a quello parigino compiuto sul classico bateau-mouche. Meravigliati ancora di più, questi visitatori, dagli antichi quartieri lungo il fiume, come quello che per lungo tempo venne definito il "Borgo del fumo", quasi sinonimo della zona popolare di Vanchiglia, legato ad un mondo di artisti che vi presero dimora e alle imprese banditesche del famoso "Cit", il piccolo di Vanchiglia, che riusciva con pochi mariuoli, suoi compagni d'avventura, a svaligiare una banca e a prelevarne la pesante cassaforte. E il "Cit", non pago delle proprie avventure, scrisse anche le sue memorie, interessanti anche per la storia di Vanchiglia.
Sulla sponda opposta il lungo Po non è meno ricco di sorprese, nel tratto di corso Moncalieri e, procedendo oltre, lungo il corso Casale, dalla Chiesa della Gran Madre di Dio in poi, con strade e viuzze che già odorano di colline e che svelano locali, trattorie, anche osterie, che dal passato hanno conservato intatto il fascino. Ad esse si aggiungono punti d'incontro nuovi, librerie che nulla hanno da invidiare a quelle del centro. Il Parco Michelotti è "macchia tutta verde", che introduce bene al quartiere della Madonna del Pilone, a stradine che conducono alla casa in cui visse e scrisse per anni lo scrittore Emilio Salgari.
Ma, oggi, c'è qualcuno che voglia riscoprire la carica di Ammiraglio del Po? La domanda non è poi tanto bizzarra. Questa carica antica, prestigiosa, è mai stata "revocarata2 e si potrebbe trovare un personaggio idoneo a ricoprirla, anche in questo inizio del Terzo Millennio. L'Ammiraglio era il responsabile del traffico, governava sulle acque del fiume, censiva i battelli, le chiatte, teneva conto dei barcaioli e delle merci in navigazione. Un piccolo libro racchiude principi della navigazione sul Po, un Regolamento firmato da certo De Gregori e controfirmato dal segretario Compayre <<d'Ordine di S. M.  emanato per la navigazione sovra il fiume Po in data 7 aprile 1946>>.
Il  Regolamento disponeva, fra l'altro, uno speciale e minuzioso censimento di tutto quanto aveva a che fare con il movimento sul Po, uomini e mezzi, da compiersi entro otto giorni dalla pubblicazione delle disposizioni. Vi si leggeva: "tutti li Barcajoli, Portonari, pescatori, ed altri Uomini pratici della Navigazione dovranno pure fra il detto termine consegnarsi alli rispettici Signori Ordinari de' Luoghi, ne' quali hanno la loro abitazione, spiegando il nome, cognome e patria e la professione che eserciscono ..."
La figura dell'ammiraglio si fa più tenue sino a dissolversi con il passare degli anni. Manca un documento con il nome dell'ultimo ammiraglio. Un peccato perché potrebbe essere ricordato come un Doge nostrano, un marinaio torinese.
Giuseppe Prato, nel volume "La vita economica in Piemonte a mezzo del secolo XVIII", scrive: "Ad una navigazione sul Po accennano decreti della fine del Cinquecento e sappiamo che con risposta al memoriale a capi 20 giugno 1637, Sua Altezza ne accordava la privativa a una società di barcaiuoli, probabilmente ben presto fallita, ma di un regolare servizio fra il Po e l'Adriatico non si ha notizia prima del 1732, quando a certo Coggia si concede licenza di inalberare sulle barche a ciò addette la bandiera reale. L'impresa ... durò con una sola barca fino al 1755, anno in cui apparisce il piano di un tal G. B. Cesati inteso a stabilire quattro barche a cavalli permanentemente naviganti da Torino a Venezia con recapiti e scali nei varii paesi del percorso".
Si accennava, insomma, a qualche cosa di mezzo tra una diligenza per viaggiatori e un battello. Già l'espressione "quattro barche a cavalli" consente di sbrigliare la fantasia. Ma l'Ammiraglio, dove andò a finire? Sparito fra le pieghe della storia.


 
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I giocattoli si mescolavano, quelli di latta e quelli di legno. I primi rimanevano in qualche negozio, ricordo degli Anni Trenta. I secondi, più economici, destinati ai bambini, ai più piccoli, con minor pericolo di tagliarsi maneggiandoli. I dolci erano tra i più semplici, pupazzetti di zucchero, orsetti, cavallucci di marzapane, sbarre di torrone. Mentre al 16 dicembre cominciava nella maggior parte delle chiese la Novena di Natale - cantata in latino, con inni che a poco a poco si sono persi nel tempo, soprattutto dopo che vennero, pochi anni fa, tradotti in italiano, con effetto non apprezzabile - compariva nelle vetrine l'occorrente per allestire il presepe, ma a Torino preferivano chiamarlo presepio. L'albero di Natale allora era poco in uso, costume nordico che si sarebbe affermato un po' più tardi.
Un negozio smagliante di luci, denominato Al Paradiso, in via Pietro Micca - spazio oggi occupato da un importante calzaturificio - offriva per prezzi adatti a tutte le borse suggestive capanne, grotte, stelle comete, angeli, pastori, pecore, i tre re Magi con relativo corteggio. Al piano superiore, questo emporio racchiudeva un vasto campionario di oggettistica per il presepe, e mi piaceva scegliere personaggi, alcuni anche rari e intagliati nel legno, altri di terracotta oppure prodotti con materiali nuovi, anche infrangibili, che stavano affiorando sul mercato. I vari Gesù Bambino potevano essere di varie dimensioni , anche di pregevoli porcellane, oppure, i più economici, di cera. Non mancavano mangiatoie di legno con il bue e l'asinello, palme, alberi con cui arricchire il paesaggio, a seconda della scelta: presepio tradizionale, ambientato in Palestina o presepio adatto all'ambiente italiano e alpina, quindi innevato.
Il Natale si celebrava soprattutto in famiglia, con un menù appropriato, a seconda delle possibilità. Gli agnolotti, l'arrosto, magari il tacchino, costituivano piatti d'obbligo, con contorno di castagne candite - il ben noto marron glacé - di frutta secca, soprattutto datteri. Il pranzo era accompagnato, inutile aggiungerlo, da ottimi vini con finale di spumante per il brindisi. Lo Champagne, in quel periodo, un po' prima della guerra e poi, subito dopo, era riservato a pochi.
A scuola veniva insegnato ai più piccini come scrivere lettere d'auguri ai genitori, contenente promesse per l'anno nuovo alle porte. Per tali letterine si acquistava nelle cartolerie una particolare carta da lettere adorna di stelle, spesso con un Bambino sorridente nella paglia e un cielo azzurro per sfondo, oppure con un Babbo Natale che arrivava sulla classica slitta carica di doni e trainata da renne, il Babbo Natale che, secondo una tradizione leggendaria, partiva dalla sua abituale residenza al Polo Nord per attraversare il mondo e distribuire i doni arrampicandosi sui tetti e entrando nelle case scendendo dal camino.
Panna e cioccolato o, se preferite, cioccolata con panna, era la bevanda per il pomeriggio di Natale, o prima o poco dopo essere usciti dal cinema per assistere a uno spettacolo che, quasi sempre, era costituito da un cartone animato, ma poteva anche esserci una rappresentazione di marionette, magari quelle dei celebri fratelli Lupi. Vorrei dire che, tutto sommato, con questo "Natale in casa" ci si divertiva con poco, ma si avvertiva in compenso un calore attualmente difficile da trovare. I figli oggi se ne vanno per conto loro, al mare o in montagna, a sciare. I genitori se ne rimangono in casa e scoprono sul finire della giornata, di avere passato un Natale - "un altro Natale", si dicono sbadigliando - abbastanza noioso.
Si è sfumata, quasi dissolta, anche la magia della Messa di mezzanotte, altra occasione per trovarsi, per scambiare auguri e, talvolta, piccoli regali. Il Natale di ieri, o dell'altro ieri, era senza tv, senza internet, senza telefonini, senza problemi di parcheggio, senza incubi terroristici, senza problemi ecologici di un mondo che si è stravolto, che a poco a poco si è venuto avvelenando, anche se, in una incredibile congerie di guai, si è anche incredibilmente allungata la vita. Più lunga sì, ma non più felice.
Così, tra una spolverata di neve e un vecchio calendario del Natale 1938, riscoperto in soffitta, ci resta una manciata di nostalgia. Sui regali, i "contendenti" non si mettono d'accordo. C'è una "lista-sposi" nel costume di oggidì, ma non c'è una "lista-Natale". Non stupiamoci, perciò, se tre amici ti regalano un telefonino ciascuno. Per parlare con chi, se poi loro lo tengono spento? Buon Natale. 

 
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Il tempo che scorre dopo le festività natalizie, conduce con grande rapidità al Carnevale, celebre un tempo proprio a Torino, particolarmente per la sfilata dei carri allegorici, che investiva il centro di coriandoli, stelle filanti, per allungarsi in Via Po, sino all’attuale Piazza Vittorio Veneto.
Imponente – allora- la Fiera dei Vini, che poi subì un triste tramonto. Personaggio centrale del Carnevale torinese, Gianduja, con la sua maschera ridanciana, proprio quel Gianduja – allora impersonato da Federico Dogliotti – il quale spuntò all’improvviso, durante il Carnevale del 1865, in Piazza San Carlo (era la domenica detta “grassa”) e quasi sbarrò il passo a Vittorio Emanuele che si gustava la visione di quella gente in festa.
Gianduja era stato in agguato ad aspettare l’arrivo del re e il sovrano se lo vide venire incontro in camicia. Lo guardò stupefatto poi sbottò a ridere quando Gianduja gli disse: “Maestà, për l’Italia e për ti i l’hai dait tut, e i son pront a dé anche la camisa ch’am resta...” (Maestà, per l’Italia e per te, ho dato tutto, e sono pronto a dare anche la camicia che mi rimane).
Le feste carnevalesche fiorirono soprattutto con le Giandujeidi, che richiamavano anche maschere dai paesi più vicini a Torino, e vasta era la partecipazione di Circoli e di associazioni, soprattutto quelle che avevano la sede lungo il Po.
Artisti e studenti, in quel periodo in cui maggiormente fiorì la goliardia, il cui sangue festoso ribolliva sotto i portici di Via Po, presso l’Università degli Studi, diedero vita a personaggi fantastici, come il Gran Bogo, una sorta di “re del Carnevale”, enorme, innalzato in Piazza Castello, quasi un mostro grottesco alla cui costruzione partecipavano artisti di vaglia.
Compagna ideale di Gianduja era Giacometta; arrivavano in città dalla loro casetta, che si trovava – lo voleva la tradizione – a Callianetto. Percorrevano il centro in carrozza, insieme ai carri, ricevevano l’ovazione della folla e distribuivano caramelle, soprattutto quella quasi rotonda, piatta e larga, incartata con il ritratto di Gianduja al centro e, tutt’intorno, le più popolari maschere italiane.
Con il volgere degli anni, il Carnevale torinese ha perso forza e incisività, sopraffatto dalle due guerre mondiali, “rovinato” dalla propaganda politica quando, negli Anni Trenta, il regime fascista prese a sfruttare la sfilata dei carri allegorici per mettere alla berlina personaggi politici esteri, soprattutto il Negus d’Etiopia, durante la guerra d’Abissinia e nel periodo delle sanzioni votate contro l’Italia dall’allora Società delle Nazioni. Il Balilla che strozza un mostro che impersonava la Francia e l’Inghilterra, il carro con l’Italia che, per via dell’autarchia, “fa da sé” e “se ne frega” delle sanzioni. Tutto ciò fece sì che il Carnevale non potesse più essere quello spensierato di un tempo e poco alla volta anche Gianduja sbiadì fino al punto incredibile di essere rappresentato da due...Gianduja, differenti e quasi contrapposti. Un nonsenso, mentre le stelle filanti smettevano di volare e spariva la pioggia di coriandoli.
Restavano, in Piazza Vittorio Veneto, il “muro della morte”, il castello incantato, il grande “taboga” che dava le vertigini, la ruota luminosa, l’autoscontro, la donna cannone, l’uomo proiettile, il gusto di centrare con una pallina da ping pong i vasetti colmi d’acqua per il piacere di portarsi a casa, come premio, un povero pesciolino rosso, mentre a due passi c’era il tiro al bersaglio con sagome in movimento che dovevi riuscire a beccare.
Per gli abitanti delle case attorno (fra cui una clinica), era una festa assordante, a volte insopportabile, finché venne in mente a qualcuno di eliminare anche le giostre da Piazza Vittorio, in nome della discrezione, della tranquillità di tutti e, soprattutto, in nome – venne detto – dell’arredo urbano. Così sparirono le giostre e Gianduja si fece sempre più malinconico e piccolo, al punto da essere quasi invisibile, per gli adulti e per i più piccoli.

 
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Correva l’anno 1913 – dunque, si era a novant’anni fa – e Amalia Guglielminetti dava alle stampe l’opera I volti dell’amore. L’autrice, di indubbio gusto dannunziano, contribuiva con Gozzano, suo fedele intrecciatore spirituale e forse non solo, a quel clima che, soprattutto per l’apporto di Camasio e Oxilia, favorì lo sbocciare della cosiddetta “scapigliatura”. Il fenomeno, letterario ma, particolarmente, di costume, avvolse di sé una certa Torino, l’ambiente goliardico, la festosità spensierata di Mario e Dorina. In quella cornice si ebbe la fiammata romantica delle sartine, delle ragazze che lavoravano di punto e di ricamo e che appartengono alla leggenda torinese di Addio giovinezza, avendo per sfondo ideale il Valentino.
Si era, quasi, alla vigilia del “guerrone”, ossia della prima guerra mondiale ma ci si poteva ancora concedere qualche spensieratezza. Diciamo che anche Torino viveva, a distanza, gli ultimi bagliori di quella che venne definita La belle époque. Le sartine lavoravano, ballavano, flirtavano con studenti e ufficialetti in un periodo in cui, In Inghilterra, guidate da Emmeline Pankhurst, le suffragette si battevano con manifestazioni e scioperi della fame in favore dell’emancipazione femminile. Grazia Deledda otteneva un buon successo con il romanzo Canne al vento e Papini, più autobiografico, pubblicava Un uomo finito. Si faceva dell’ironia su una invenzione che – assicuravano – avrebbe rivoluzionato a moda: la cerniera lampo. Questo il mondo di novant’anni fa, con le suffragette in piazza e le sartine ferme sui loro ricami. Proust terminava La strada di Swann, primo romanzo della grande Recherche.
Dorina, prototipo delle sartine, ignorava di certo il juke-box che sarebbe giunto molti anni dopo. Quando la seconda guerra mondiale si concluse, Dorina, di fatto, non c’era più. Era l’ultima esponente di un mestiere scomparso. In via Po non c’era più nessuno che, in nome della goliardia, intonasse Noi siamo le colonne...
Si andava imponendo la figura dello studente lavoratore. La sartina, la ragazza dai sedici, diciassette anni in su, risentiva dell’emancipazione di quegli anni. Non è che fosse diminuito poi di molto il numero delle ragazze che prestavano la propria opera nelle sartorie. Il fatto è che era mutata la mentalità di queste sartine perché, nel frattempo, era cambiato il mondo. Difficile reperire nella discoteca di oggi, così come è concepita, una sartina del genere classico, simile allo stereotipo di ieri; più facile imbattersi in impiegate, studentesse, operaie. Oggi la sartina è sindacalmente inquadrata. Quando ha finito il proprio lavoro, si veste come le altre, forse perfino un po’ più sofisticata e, soprattutto, a differenza di ieri, ha imparato a guardare l’interlocutore negli occhi, anche mentre sta ballando.
Migliorate le paghe, lavoro più sicuro, non più in piccole botteghe, ma in grandi sartorie dove si lavora come in una catena di montaggio.
Specializzazione, accurata preparazione, hanno sostituito quel lavoro artigianale minuto, prezioso, che aveva affascinato Torino nello scorcio del primo Novecento. Così come era nata, figura unica, nell’immaginario studentesco torinese, la sartina si dileguava mentre il mondo stava per essere messo sossopra. Addio giovinezza fu veramente un addio, e Oxilia, nel 1917, l’autore stesso, cadeva da eroe sul monte Tomba. Con lui si spegnevano tanti sogni, romantici e crepuscolari. Anche quelli delle sartine.